Crotone,

Crotone: “Un volgo disperso che nome non ha”

E il premio sperato, promesso a quei forti

Sarebbe o delusi, rivolger le sorti,

d’un volgo straniero por fine al dolor?

Tornate alle vostre superbe ruine,

all’opere imbelli dell’arse officine,

ai solchi bagnati di servo sudor.

Il forte si mesce col vino nemico;

col novo signore rimane l’antico;

l’un popolo e l’altro sul collo vi sta.

Dividono i servi, dividon gli armenti;

si posano insieme sui campi cruenti

d’un volgo disperso che nome non ha.

Adelchi, coro atto III – Alessandro Manzoni

È così che voglio iniziare, con questa invettiva di Alessandro Manzoni rivolta ai suoi connazionali che sperano di essere liberati da altri e, invece, non capiscono che i nuovi liberatori altro non sono che gli alleati dei vecchi potenti e dittatori.

Se un popolo vuole liberarsi da qualsiasi giogo ha bisogno di farlo da solo. Come fecero i napoletani con i nazifascisti, i francesi e gli spagnoli con dittatori assoluti.

Per liberarsi occorre la ribellione, culturale certo, ma pur sempre ribellione. E, invece, noi crotonesi abbiamo ancora una volta deciso di sottostare, di essere sudditi, perché evidentemente questa è la nostra natura, quella dei sottomessi.

C’è stato un tempo in cui le battaglie si facevano uniti e per il bene di tutti. Un tempo in cui si scendeva in piazza per difendere non un semplice posto di lavoro, ma la dignità di un popolo, di una città, di una comunità. Quel tempo si è disgregato e con esso la dignità di popolo e di comunità, di città e di cittadini. Siamo diventati proni, sudditi; siamo stati accovacciati ai piedi del padrone per elemosinare qualche briciola, come fa il cane ai piedi del padrone che banchetta. E siamo diventati individualisti, maledettamente individualisti. Il bene mio al di là di tutto il resto, anche della vita di un altro. Che importa, tanto devo sistemare i miei figli piuttosto che me stesso. Gli altri crotonesi si arrangino.

Sono passati quasi 20 anni dalla chiusura dell’ultima fabbrica e da allora nessuna classe dirigente, nessuna, nessuna nessuna, ha immaginato, disegnato e programmato come poteva e doveva essere il futuro di questa città, della gente di questa comunità. Classi dirigenti miopi, affamate di soldi e potere, bramosi solo di sistemare se stessi e i loro familiari. Abbiamo sbagliato tutti, io in primis. Abbiamo sbagliato a disgregare un patrimonio immateriale come il senso di appartenenza ad una stessa comunità. Siamo diventati tanti cani randagi che girano in branco, cercando di colpire al collo altri cani randagi. Non una classe dirigente degna di questo nome, non una guida spirituale negli ultimi vent’anni, nessun intellettuale lungimirante. Questo abbiamo prodotto negli ultimi 20 anni, a parte sindaci, consiglieri, parlamentari e sottosegretari anonimi che ben presto finiranno nell’oblio e nessuno ricorderà in futuro.

Non esiste un progetto per chi vuol restare, non si dà la possibilità a giovani e adulti di immaginare il proprio futuro in questa terra. E la città si spopola. Vanno via i giovani, la parte più bella, critica e vivace di una società. E i genitori sono lì a guardare i figli che non torneranno più. Perché, finché le cose resteranno così, è giusto che vadano via. Abbiamo depredato la nostra terra, abbiamo succhiato il sangue agli altri concittadini: 488, sovvenzione globale, Contratto d’Area. Non siamo un popolo, siamo un’accozzaglia di genti che, come i protagonisti del romanzo picaresco, hanno come unico scopo quello di procurarsi da mangiare e qualche spicciolo per campare. Che vita è? Che popolo è quello che deve lasciare andare via i propri figli perché se non li ammazza la ‘ndrangheta li ammazza la disperazione di un posto benedetto dagli Dei e maledetto dagli umani. Scegliamo sempre per comodità e mai per convinzione o perché abbiamo una nostra idea. Gli operai leggevano e studiavano. Sognavano di mandare i propri figli all’Università per diventare migliori. Noi cosa sogniamo per i nostri figli? Si scende in piazza per difendere una singola cosa, oggi l’aeroporto, ieri la sanità privata (ma non si manifesta per quella pubblica), ecc., ma mai una volta che ci sia una vera e seria presa di posizione forte, anche dura, su un ragionamento globale per questo pezzo di mondo che è il Crotonese. Abbiamo aspettato sempre “lo straniero” per tirarci su: Sasol, Marcegaglia e cimpagnia bella, e i risultati si vedono. E allora, per dirla con Manzoni, solo quando si tornerà ad essere un popolo e non un volgo disperso, allora, e solo allora, forse le sorti di questo lembo di mondo potranno davvero cominciare a cambiare. Fino a quel momento resteremo “un volgo disperso che nome non ha”, fatto da picari che cercano di mangiare e rubare il cibo agli altri. Io, invece, voglio vivere in un posto dove la bellezza, le arti, la cultura, il dialogo, la discussione e il confronto siano all’ordine del giorno. Esattamente come duemila anni fa quando a Kroton vivevano i figli degli Achei. 

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