Crotone,

Crotone, la città senza teatro a cui rubano l’anima

di Silvana Marra

Non si vive di solo calcio. E pure, in questa realtà bradipa lo stadio viene adeguato in tempo record, in ritardo, ma comunque velocemente rispetto a tutto il resto. Sarà che l’urgenza questa volta è condivisa, politici e popolazione, unico tifo ed unico interesse. Il  vecchio panem et circenses che è sempre una bella botta di consenso. Però l’ultima stagione teatrale in senso strutturale, risale al 2011. Nessuno parla, nessuno protesta e del teatro comunale non si sa più nulla. È lì, ad invecchiare prima di essere mai stato finito ed impiegato. E allora c’è qualcosa che non funziona nei bisogni dell’anima ed in quelli amministrativi di un intero territorio. Avevamo uno della decade o poco più, dei teatri stabili nazionali, ma è svanito nel nulla come tutte le cose che fanno da trampolino di lancio a chi viene qui a colonizzare, com’è prevedibile, senz’ amore. La cultura non si esporta come non si esporta la democrazia, va affidata alle mani solide ed amorevoli di chi questa terra la ama, la vive e la testimonia. E, come al solito, le uniche cose che vanno avanti sono quelle che nascono dal profondo e che scavalcano il mastodonte burocratico. Qui abbiamo il “Teatro della Maruca”, bella realtà che in cinque anni ha imbarcato consenso unanime di pubblico e di critica, premi e riconoscimenti. Ed è poesia già il nome che evoca il progetto di vita del teatrante, non il manager o lo spaccone, ma il guitto nobile che, come la lumaca, si porta in giro qualche costume ed una valigia di visioni. Piano piano ma con la meta precisa di mettere in campo il cuore e di farlo battere insieme a quello del pubblico. E allora via, da subito, con laboratori di recitazione per adulti e ragazzi, teatro di figura e clowneria, programmazione serale e pomeridiana festiva per la famiglia. Ed il ritorno ai burattini scolpiti con amore artigianale da Angelo Gallo, protagonisti di metafore che rapiscono il bambino e destabilizzano l’adulto. A Carlo, suo fratello, fa capo il settore “prosa e narrazione”, ed anche qui, siamo nella filologia e nel rigore antropologico della ricerca sul campo. “Bollari, memorie dallo Ionio” raccoglie ed organizza la memoria orale dei pescatori dei primi anni ’30, la fame, la guerra, la privazione ed il mare, fonte del ciclo eterno vita-morte-vita. La voglia di ricominciare, di riemergere, di riscattare una nuova stabilità degli affetti e dell’economia del quotidiano, nella riscoperta della drammaturgia originaria, fatta di italiano sporco e suggestioni dialettali. “Zampalesta, ‘u cane tempesta” va a colmare l’altro vuoto di questa cultura: la maschera. Per la verità ci sarebbe il poco noto Giangurgolo, signorotto pavido e gradasso, debole con i forti e prevaricatore con gli ultimi, ma è archetipo che non può fare parte del popolo. Invece Zampalesta sì: è furbo, truffaldino, reattivo, mordace e dispettoso verso il padrone che lo bastona ma, trattato con dolcezza, diventa il cane mite ed affettuoso che non è mai stato per difendersi. E, sulla strada dell’arte della sopravvivenza, s’incontra con un altro grande in “Pulcinella e Zampalesta nella terra dei fuochi”, pièce dal chiaro sapore di oratorio civile il cui deuteragonista con Angelo è Gaspare Nasuto, geniale prosecutore e premiatissimo reinventore delle tradizionali “guarattelle” napoletane.

Ci si chiede, di fronte a tutto ciò che avviene in una piccolissima struttura, quale potrebbe essere l’offerta in un teatro vero e proprio, tanto più che è in corso d’approvazione la legge 3/2004 che disciplina le norme per la programmazione e lo sviluppo regionale dell’attività teatrale. Reading, concerti unplugged, balletti, cineforum e quant’altro potrebbero ridare respiro a questa città ed apertura meridiana, nonché sede ed occasioni a talenti che altri riconoscono e premiano. La “Maruca” è l’unica compagnia della provincia ad avere le carte in regola per accedere a questi fondi, ma senza teatro non sarebbe possibile. Perderemo anche questo treno o chi di competenza provvederà a finire un’opera in cui sono già stati spesi tantissimi soldi pubblici? Una bella cooperativa delle professionalità nostrane non sarebbe per la prima volta politica culturale e del territorio insieme? I fondi sarebbero regionali ed il Comune dovrebbe solo incaricarsi di apporre il proprio stemma nel logo del patrocinio, null’altro. Ma tant’è, siamo in un posto in cui tocca al cittadino comune dare alla politica anche il piccolo suggerimento demagogico e dire: fallo, ché ti conviene.

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