Il Teatro Apollo di Crotone, gremito di studenti delle scuole superiori provenienti dal capoluogo e dalla provincia, ha ospitato un incontro intenso, capace di andare oltre la semplice testimonianza. Al centro della mattinata le storie di tre giovani della comunità Kairos di Milano, accompagnati da don Claudio Burgio, fondatore dell’associazione e cappellano del carcere minorile “Beccaria”.
Davanti agli studenti, i ragazzi hanno raccontato senza filtri il proprio passato: infanzie segnate da abbandono, violenza domestica, povertà educativa, fughe dalle comunità, reati commessi per rabbia, solitudine o sopravvivenza. Storie dure, spesso difficili da ascoltare, ma necessarie per comprendere che dietro la devianza minorile ci sono quasi sempre ferite profonde, accumulate nel tempo.
«A 11 anni tornavo in comunità con il primo tatuaggio», ha raccontato uno di loro. Un altro ha ricordato: «A 15 anni avevo già una condanna definitiva di dieci anni». Un terzo giovane, arrivato in Italia dopo aver attraversato da solo mezza Europa, ha spiegato di essere finito in un percorso fatto di droga, furti e indifferenza verso tutto ciò che lo circondava.
Parole che hanno colpito profondamente i presenti, perché non hanno raccontato soltanto il reato, ma tutto ciò che lo precede. Come ha sottolineato don Claudio Burgio, «un reato è la punta dell’iceberg. Sotto ci sono abbandono, solitudine, identità fragili».
Nel corso dell’incontro è emerso anche il racconto della vita in carcere minorile: celle sovraffollate, isolamento, violenza, regole non scritte. «Eravamo in dieci in una cella con le brande a tre piani», ha ricordato uno dei ragazzi. Un altro ha descritto la solitudine dell’isolamento: «Parlavo con il muro per non impazzire». Eppure, per alcuni, proprio il carcere ha rappresentato il primo momento di consapevolezza: «Mi ha fatto dare valore alle cose».
Al centro della riflessione anche l’esperienza della comunità Kairos, fondata da don Claudio Burgio 26 anni fa. Il nome richiama il “tempo opportuno”, il momento favorevole in cui una vita può cambiare direzione. Kairos non si propone semplicemente come alternativa al carcere, ma come luogo educativo e relazionale, dove i ragazzi possono incontrare regole, responsabilità, adulti credibili e legami autentici.
«I cancelli sono aperti», ha spiegato don Claudio. «Non posso obbligare nessuno a cambiare: devono scegliere loro». Una prospettiva che mette al centro la libertà e la responsabilità personale, ma anche il ruolo decisivo degli adulti. Per molti giovani cresciuti nella sfiducia, incontrare qualcuno disposto a restare accanto anche dopo un errore può diventare il primo passo verso una nuova possibilità.
«Ho trovato una famiglia», ha detto uno dei ragazzi. Una frase semplice, ma capace di racchiudere il senso dell’esperienza: nessun percorso educativo può nascere senza relazioni vere. Non basta allontanare un giovane dalla strada; occorre offrirgli un luogo in cui possa sentirsi riconosciuto come persona.
All’incontro ha preso parte anche Stefania Ciamantino, ex direttrice del carcere minorile Beccaria, che ha richiamato la necessità di uno sguardo diverso sulla devianza giovanile. «L’adolescenza non è l’età adulta. La devianza ha sempre una radice sociale. E non c’è solo il carcere come risposta», ha affermato, richiamando il valore rieducativo della pena previsto dall’articolo 27 della Costituzione.
Il cuore della mattinata è stato proprio questo: una giustizia che non si limiti a punire, ma che sappia educare, riparare e ricostruire. Don Claudio ha raccontato anche episodi di riconciliazione, come la lettera di perdono scritta da una madre al ragazzo che aveva ucciso suo figlio: «Ho già perso un figlio, non ne voglio perdere un altro».
La giustizia riparativa non cancella il male commesso, né nega la responsabilità. Prova però ad attraversare il dolore, a costruire un dialogo possibile tra vittima e autore del reato, impedendo che la sofferenza generi altra sofferenza. In questo senso, la pena può diventare un percorso di ricostruzione personale e sociale.
Particolarmente significative anche le risposte dei ragazzi alle domande degli studenti sul futuro. «Fa paura, perché sono etichettato», ha detto uno di loro. Un altro ha raccontato di stare bene lavorando con gli animali. «Se esco dalla comunità, sono solo io e io», ha aggiunto un giovane, restituendo il peso della solitudine e della paura di ricominciare.
Parole che mostrano una contraddizione profonda: alla società si chiede di aiutare i ragazzi a cambiare, ma non sempre la stessa società è pronta ad accoglierli quando provano davvero a farlo. Il rischio è che l’errore diventi un marchio definitivo, più forte di ogni percorso di crescita.
A chiudere l’incontro è stato l’intervento dell’arcivescovo Alberto Torriani, che ha offerto agli studenti una chiave di lettura essenziale: «Il futuro si guarda coltivando il desiderio, con concretezza e accanto a qualcuno che ti vuole bene».
La mattinata al Teatro Apollo non è stata soltanto una riflessione sulla criminalità minorile. È stata anche uno specchio rivolto agli adulti, alle istituzioni, alla scuola e alla comunità. Ha ricordato che la devianza giovanile non si affronta con slogan o semplificazioni, ma con ascolto, responsabilità, relazioni e percorsi educativi credibili.
Le storie ascoltate non giustificano gli errori, ma aiutano a comprenderne le radici. Dietro ogni reato può esserci una storia spezzata; dietro ogni possibilità educativa può nascere una persona nuova. È forse questa la forma più alta di giustizia: non fermarsi a ciò che qualcuno è stato, ma credere in ciò che può ancora diventare.
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