Crotone,

Democede: il medico di Crotone che curò Dario il Grande, re dei Persiani

Tra i grandi nomi dell’antichità, quelli che fin da bambini si studiano sui libri di storia, molti ricorderanno Dario I il Grande, re dei Persiani, famoso per le numerose guerre di conquista e la sconfitta che il suo esercito subì nella battaglia di Maratona. Pochi però sanno, se non gli studiosi, che a curare il sovrano dopo una caduta da cavallo, durante una battuta di caccia, fu un medico di Crotone di nome Democede, la cui attività alla corte achemenide si intrecciò con quella del medico egizio Udjahorresnet di Säis.

A proporre per la prima volta lo studio comparato dei due protagonisti alla corte del re e a ricostruire la complessa figura del sapiente-medico tra Persia, Grecia ed Egitto è un libro di Francesco Lopez, dottore di ricerca in Storia della scienza presso l’Università di Pisa, autore di articoli scientifici e volumi dedicati alla storia della medicina antica.

Il volume, “Democede di Crotone e Udjahorresnet di Säis. Medici primari alla corte achemenide di Dario il grande” (Pisa University Press 2016), è uno strumento utile per riconsiderare la chirurgia delle origini, compresa quella ippocratica, e consente di approfondire le relazioni “culturali” tra la medicina dei templi e la medicina “razionale”, sia nella tradizione egizia delle Case della Vita che in quella ellenica del Pitagorismo antico e dei santuari di Asclepio. Particolare riguardo è riservato al Naoforo Vaticano (la statua in basalto conservata presso il Museo Gregoriano Egizio di Roma, recante tutto attorno, incisa in geroglifico, la biografia di Udjahorresnet) con le prime immagini digitali e a colori del sostegno dorsale, anche mediante l’impiego di avanzate tecniche archeometriche. È lo stesso autore a raccontare la genesi dell’opera è in un’intervista all’Adnkronos. “Questo lavoro nasce nell’ambito delle attività del gruppo di ricerca di Storia della scienza dell’Università di Pisa – spiega Francesco Lopez – Nasce originariamente da un dottorato che io ho svolto a Pisa e poi si è creata la collaborazione con il dipartimento di Egittologia e i Musei Vaticani”.

Nel libro viene ricordata la vicenda della caduta di Dario da cavallo, secondo il racconto di Erodoto di Alicarnasso, a causa della quale il sovrano riportò la lussazione a una caviglia. Di Democede di Crotone possediamo soltanto testimonianze indirette, né opere, né frammenti. La principale fonte è costituita appunto da Erodoto, il quale attesta che il medico crotoniate, servendosi di medicamenti greci e alternando applicazioni leggere ad applicazioni pesanti, restituì la salute a Dario.

“Siamo tra i 520 e il 519”, quando Dario ebbe “la lussazione dell’astragalo, un ossicino che congiunge tibia e perone con il tallone. I medici di corte in Persia erano tradizionalmente quelli egizi, però Erodoto racconta che questi medici non furono in grado di curare Dario, mentre Democede vi riuscì. Da qui nasce la celebrazione della medicina greca e della sua superiorità rispetto a quella egizia. La ricerca ha tuttavia dimostrato che si trattava di due logiche differenti, due modi diversi di affrontare le stesse patologie, però entrambi validi”, sottolinea lo studioso.

A Democede di Crotone, Erodoto attribuisce anche la cura di una malattia al seno della regina Atossa, moglie di Dario. “Lo storico greco parla di una tumefazione che è stata vista come una patologia di carattere tumorale – spiega Lopez – però nello specifico, ricostruendone i vari aspetti, molto probabilmente si trattò di una mastite legata al periodo di puerperio dopo la nascita di Serse. Su questi episodi è stato celebrato il medico Democede che fu alla corte di Dario per 2-3 anni”.

Il medico crotoniate “rientra in quella figura di medici itineranti che si muovevano di corte in corte. La ricostruzione cronologica porta a individuare la compresenza in Persia di Democede e Udjahorresnet nell’anno tra il 520 e il 519: entrambi avevano la funzione di medico personale del re Dario” dice l’autore dello studio.

Ma come è nata l’attenzione verso queste due figure? “C’era la volontà di rivedere gli studi sulla medicina magno-greca, per cui inizialmente l’attività si è svolta su Democede e soprattutto nella fase più antica, quella prima della venuta di Pitagora in Italia – racconta Lopez – L’obiettivo era cercare di chiarire quali possibilità abbiamo di conoscere la medicina e i saperi medico-salutistici prima della venuta di Pitagora. Successivamente, nell’ambito dello studio delle fonti orientali, l’attenzione si è spostata su Udjahorresnet e da qui nasce poi lo studio comparato” per “cercare di capire come si caratterizzava la figura del medico”.

Ad un certo punto, “mi sono trovato di fronte a un problema di carattere storiografico, in quanto gli esiti che provenivano dagli studi classici, e quindi sostanzialmente dai grecisti che si erano occupati di Democede, portavano al medico come scienziato, come colui che si serve esclusivamente della razionalità per conoscere e quindi agire, operare e intervenire. Dall’altro lato gli egittologi, che avevano studiato la figura di Udjahorresnet, mettevano in evidenza il carattere magico-religioso per cui per uno stesso episodio, in questo caso la patologia di Dario, il confronto della storiografia conduceva a un fenomeno del tutto particolare, la presenza per le medesime circostanze del medico scienziato e del medico mago. Questa differenza ha quindi indirizzato lo studio ed ha spinto a rivedere i concetti, a non creare delle fratture così evidenti tra medicina razionale e medicina dei templi”.

“Questo – prosegue lo studioso – è il quadro che emerge e che è stato portato avanti”. Ciò che si rileva è “come ci sia stato un concetto diverso rispetto a quello sia di scienza sia di magia, il concetto di sapienza. La σοφία greca, che mette insieme sia la scienza sia aspetti legati al sentimento religioso, alla liturgia, legati alla sfera di quello che per noi rappresenta l’irrazionale, il mondo della religione, ma che in realtà dal punto di vista del medico greco costituiva soltanto un ambito del suo interesse nell’ambito della sapienza rivolta a tutto”.

Nella medicina egizia “si parla spesso dei nemici presenti sulla ferita – cita ad esempio Lopez – Noi oggi sappiamo che si tratta dei batteri. Allora il medico egizio avvertiva la presenza di qualcosa e operava attraverso la purificazione anche utilizzando l’incenso. E oggi noi sappiamo che l’incenso ha una funzione antisettica notevole: lo sappiamo attraverso la chimica mentre il medico egizio applicava queste pratiche perché faceva leva sull’esperienza e soprattutto sull’idea del funzionamento di una determinata tradizione che veniva poi trasmessa di generazione in generazione. Quindi ciò che per noi, vista dall’esterno, appare come una pratica irrazionale, se consideriamo l’effetto e la funzione che di fatto svolgeva, dal punto di vista del medico egizio era uno dei tanti modi per ottenere la guarigione del paziente”. (AdnKronos)

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