Crotone, 
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Giornata mondiale contro l’AIDS: Crotone tra memoria, silenzi e nuove sfide

Il 1° dicembre, ogni anno, la Giornata mondiale contro l’AIDS riporta l’attenzione su un tema che ha segnato profondamente la storia recente e che continua a richiedere informazione, prevenzione e consapevolezza. Sono passati oltre quarant’anni da quando l’AIDS venne descritto per la prima volta nella letteratura medica, ma il virus — e soprattutto lo stigma — rimangono ancora oggi una presenza tutt’altro che scomparsa.

A Crotone i primi casi arrivarono alla fine degli anni ’80, nel pieno dell’emergenza legata alla diffusione dell’eroina. Le siringhe condivise, la mancanza di conoscenza e l’assenza di strumenti di prevenzione trasformarono il territorio in un luogo ad altissimo rischio. Allora ammalarsi di AIDS significava affrontare non solo una malattia mortale, ma anche un marchio sociale pesantissimo: tossicodipendenti, omosessuali e prostitute spesso erano travolti da un giudizio pubblico tanto feroce quanto ignorante.

Le istituzioni non erano pronte, né lo era il Paese. In mancanza di strutture adeguate e in assenza di un sistema sanitario preparato a gestire l’ondata di casi, furono le comunità di recupero per tossicodipendenti a farsi carico dei primi malati. A Crotone, la cooperativa Agorà Kroton fu tra le prime realtà ad aprire le porte a chi non aveva più nessun posto dove andare.

Non fu solo assistenza. Partì un lavoro costante di informazione: incontri pubblici, convegni, interventi nelle scuole, materiali divulgativi. Spesso insieme alla sezione calabrese della LILA, Agorà affrontò tabù e paure che allora dominavano la conversazione. Si parlò di prevenzione, si spiegò come si trasmetteva il virus, si diede voce ai malati in un tempo in cui molti preferivano ignorarli.

Intanto, nel resto del mondo, anche alcuni gesti contribuirono a cambiare la percezione collettiva: la stretta di mano della principessa Diana ai malati di AIDS, lo spot di Pubblicità Progresso del 1990, il bacio tra l’immunologo Fernando Aiuti e Rosaria Iardino che smentì paure infondate.

Alla fine degli anni ’90 arrivarono i farmaci antiretrovirali, capaci di trasformare l’AIDS da condanna certa a patologia con cui convivere. Cambiò il futuro delle persone sieropositive, cambiò il rapporto delle famiglie con i propri cari, cambiò anche il modo in cui la società guardava alla malattia.

Oggi, però, si è tornati a parlare troppo poco di HIV. La prevenzione è quasi scomparsa dalle scuole e dagli spazi pubblici, e molti pazienti preferiscono curarsi lontano dalla propria città per timore di essere riconosciuti. Eppure il virus è ancora presente.

Secondo i dati più recenti, nel 2024 in Italia si sono registrati 450 nuovi casi di AIDS e 2.379 nuove diagnosi di infezione da HIV. Preoccupa soprattutto il dato sulla diagnosi tardiva, che riguarda quasi il 60% dei nuovi casi. Aumentano i contagi tra gli eterosessuali, mentre diminuiscono tra gli omosessuali: un segnale che racconta come la percezione del rischio sia cambiata in modo non sempre positivo.

La medicina ha fatto passi enormi, ma la prevenzione resta essenziale. Per questo — spiegano Pino De Lucia, già presidente e fondatore di Agorà Kroton, e Antonio Tata di Libera Crotone — serve tornare a investire in informazione, campagne mirate e percorsi di supporto dedicati.

Il primo giovane malato accolto dalla nuova area assistenziale creata da Agorà arrivò in una mattina d’autunno. Aveva poco più di vent’anni, ma il suo corpo ne mostrava molti di più, segnato dalla dipendenza e dalla malattia. Aveva dormito in un garage per giorni: nessuno lo voleva più ospitare, e neanche la sua famiglia, pur volendogli bene, riusciva a superare la paura.

In comunità, però, trovò ciò che gli era mancato ovunque: una mano tesa. Nessun guanto, nessuna distanza, solo umanità. I volontari lo seguirono nelle notti peggiori, tra febbre, paura e silenzi. Una notte sussurrò: «Qui almeno non mi guardano come se fosse colpa mia».

La sua vita si spense poco dopo, come accadde a tanti giovani in quegli anni. Ma la sua presenza aprì una breccia: rese visibile un problema che la città non voleva vedere. Dopo di lui arrivarono altri volti, altre storie, tutti accomunati da un’unica richiesta: un luogo che non li respingesse.

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