Crotone,
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Crotone, il mio 14 ottobre 1996: fango, detriti, terrore e quell’odore tetro che mi resterà in testa per sempre

La casa di Umberto Palermo devastata del fiume a Gabelluccia

Lunedì mattina, 14 ottobre 1996, dobbiamo partire per Cosenza, destinazione Università. Sveglia presto e partenza prevista intorno alle 8:00-8:30.

Il cielo è grigio ed è così basso da sembrare troppo vicino alla strada.

Nella Fiat Tipo di mio fratello Rino ci avviamo. Ci sono anche mia cognata Gina e mia nipote Antonella.

Piove e l’intensità aumenta sempre di più.

Stiamo per arrivare a Rocca di Neto, ma lungo la strada la pioggia è talmente forte che le spazzole non riescono a spazzarla e a mostrarci la strada.

Suggerisco di tornare indietro, è impossibile proseguire in queste condizioni. Dopo qualche resistenza di Gina, che avrebbe voluto proseguire il viaggio, Rino accosta e inverte la marcia. Torniamo a Crotone. Piove ancora, ma sembra (ed è solo una illusione) diminuire di intensità.

Rientriamo in città, e decidiamo di proseguire per Gabelluccia dove abita mia sorella Patrizia che è in dolce attesa della primo genita Irene.

Lei abita in affitto al quarto piano di un palazzone. Parcheggiamo, saliamo e prendiamo un caffè. Mia nipote decide di restare lì a tenere compagnia a mia sorella. Noi torniamo a casa, ma prima Rino si ferma a comprare le sigarette al tabacchino di San Francesco, si fuma una sigaretta e ci salutiamo.

Salgo a casa e trovo mio fratello Angelo che guarda la Tv: “Ma non dovevi essere al lavoro?” dico io. E lui: “Piove troppo forte e il cantiere è impraticabile”. A RaiTre stanno trasmettendo “Attila, flagello di Dio” con Diego. L’avrò visto dieci volte, ma che importa è un film scaccia pensieri. La pioggia aumenta. Dal balcone di casa si vede il percorso del fiume Esaro che costeggia i terreni di Magarò e finisce verso la foce di Fondo Gesù.

Mi alzo per vedere meglio l’intensità della pioggia, ma resto senza parole. Immobile, fisso quello scenario e dico ad Angelo: “Vieni a vedere”. Il fiume ha straripato dalla parte che va verso la stazione ferroviaria, nei terreni di Magarò.

Un bombolone di gas arriva come un fulmine e si schianta contro un balcone delle case vicino alla stazione. Si buca e comincia a ruotare, mentre lo sbuffo di gas si vede a distanza. Corro sotto, vedo tanti altri che si muovono verso il fiume. Dalla parte nostra l’argine è altissimo, ma l’onda di acqua e fango ci arriva vicino. C’è un odore strano, brutto, tetro: acqua, fango e fogna, un misto. Nel fiume vediamo passare di tutto. Io noto un cavallo che riesce a tenere solo la testa fuori dalla melma, mentre viene trascinato dalla violenza del fiume. Poi auto, tante, ancora bomboloni. Qualcuno dice di aver visto passare un pullman di linea, quelli gialli. È un attimo a capire cosa sta succedendo, ma soprattutto a pensare che a Gabelluccia il fiume sarà arrivato chissà dove. Proviamo a contattare i nostri familiari. Mio fratello Umberto con la moglie Natalina abita in affitto al primo piano rialzato a Gabelluccia, a pochi metri dal fiume. Uno dei primi palazzi di quella strada. Quella mattina  Laura, la prima figlia, non vuole andare a scuola, Umberto deve partire presto per il solito giro nei paesi della provincia. Natalina deve andare a lavorare e convince Laura ad andare a scuola e porta il più piccolo Dario a casa della nonna: gli salva la vita.

Io e Angelo cerchiamo di raggiungere Gabelluccia, ma non ci fanno passare. All’altezza della Kroton Mobili, Angelo si arrampica su un muro, ma la sua faccia non lascia presagire nulla di buono: “Casa di Umberto non si vede”. Intanto al ponte sull’Esaro, all’altezza di quella che una volta era la “Clinica di Valerio”, all’epoca “Geometra” e oggi “Gravina”, un camion travolto dal fiume si è messo di traverso. Amici del quartiere raccontano di aver aiutato gente a uscire da un’automobile travolta dalla melma, ma che per fortuna era bloccata sotto il ponte da alcuni cavi.

Qualcuno della mia famiglia (credo Pina) chiama le forze dell’ordine, chiede di poter evacuare Patrizia che è incinta. Ci dicono che l’elicottero non riesce ad avvicinarsi per la manovra.

Sembrava l’apocalisse. Poco prima delle 13:00, quando il cielo si apre e si vedono anche i raggi del sole, ci lasciano passare. Percorriamo a piedi la strada di Gabelluccia e ad un certo punto vediamo Patrizia, Antonella e Piero venirci incontro. Un sollievo immenso. Ci fermiamo davanti casa di Umberto e Natalina: una scena terribile. Il fango ha distrutto tutto ed è arrivato a pochi centimetri dal tetto. Se in quella casa ci fosse stato qualcuno non sarebbe sopravvissuto.

Io e Umberto abbiamo spalato fango per 10 giorni, rovistando a mani nude nella melma a caccia di quello che era in casa. Non dimenticherò mai le foto, i ricordi di una vita, coperte di fango. A pranzo, per perdere meno tempo possibile, mangiamo quello che ci porta la Croce Rossa o i volontari delle parrocchie e gli Scout di Crotone. Dopo giorni di sudore, fango da spalare e quell’odore acre che è entrato per sempre nella mia testa e mi resterà per tutta la vita, arriva una squadra di vigili del fuoco di Avellino. In una mattinata tirano fuori dalla casa tutti i detriti e quello che restava dei mobili. Rovistammo per giorni a caccia di ricordi di una vita, a caccia di quello che si poteva salvare. Qualche giorno dopo sia io che Umberto per un giorno non andammo a casa sua, a spalare fango. Era domenica e abbiamo deciso di unirci alle squadre di volontari che cercava Michela Cicchetto, l’unica vittima di cui il fiume non restituì mai il corpo.

È inutile dire che dal 14 ottobre 1996 ogni volta che la pioggia aumenta la sua intensità, ovunque ci si trovi, anche all’ultimo piano di un palazzo, la mente corra indietro, il cervello rievochi scenari apocalittici nascosti e ben chiusi in fondo ai cassetti della memoria per non nuocere. Ma il 14 ottobre arriva ogni anno.

Natalina tremava ogni volta che pioveva. Forse ripensava a quanto terrore aveva vissuto e al fatto che se non avesse insistito con i figli, quel giorno non li avrebbe più abbracciati. Natalina se ne è andata il 27 settembre scorso, una domenica mattina, c’era il sole: ora la pioggia non le farà più paura.