Catanzaro, 
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Cellulari in carcere e legami con la ’ndrangheta: 46 indagati verso il processo

Non si ferma l’azione di contrasto alla criminalità organizzata condotta dalla Procura della Repubblica di Catanzaro, in sinergia con la Guardia di Finanza. Nei giorni scorsi, i militari dei Comandi provinciali di Catanzaro e Vibo Valentia, con il supporto del Servizio Centrale Investigazione Criminalità Organizzata, hanno notificato l’avviso di conclusione delle indagini preliminari e la richiesta di rinvio a giudizio nei confronti di 46 persone.

Gli indagati sono, a vario titolo, ritenuti coinvolti in ipotesi di reato che comprendono associazione di tipo mafioso, estorsione aggravata e accesso illecito a dispositivi di comunicazione da parte di detenuti, in alcuni casi con l’aggravante dell’agevolazione mafiosa.

L’attività investigativa rappresenta la prosecuzione di un’inchiesta già sfociata nell’aprile del 2025 in un’ordinanza cautelare che aveva colpito dieci soggetti ritenuti appartenenti o contigui a una cosca attiva nell’area di Tropea e lungo la costa tirrenica. Secondo quanto ricostruito, il gruppo sarebbe stato impegnato in attività estorsive ai danni di imprenditori locali.

Nel corso delle indagini era emerso anche come alcuni esponenti di rilievo, pur detenuti, riuscissero a mantenere contatti con l’esterno attraverso l’utilizzo illecito di telefoni cellulari.

Successivamente, a seguito di un ricorso della Procura accolto dalla Corte di Cassazione, sono stati ripristinati quattro provvedimenti restrittivi nei confronti di altrettanti indagati, precedentemente annullati dal Tribunale del Riesame.

Ulteriori accertamenti hanno permesso di monitorare numerose comunicazioni effettuate da detenuti ristretti in istituti penitenziari ad alta sicurezza, tra cui Siracusa, Vibo Valentia, Secondigliano, Terni e Avellino. Le conversazioni sarebbero avvenute mediante l’uso non autorizzato di cellulari e schede telefoniche.

Secondo gli investigatori, tali contatti avrebbero consentito di mantenere attivi i collegamenti con soggetti liberi o detenuti in altri istituti, favorendo così le attività delle cosche e i rapporti con i familiari. In alcuni casi sarebbero emersi anche episodi illeciti ai danni di altri detenuti.

L’inchiesta ha interessato persone residenti in diverse aree del territorio nazionale, tra cui Calabria, Piemonte, Lombardia, Emilia-Romagna, Campania e Sicilia.

Al termine delle indagini preliminari, la Procura ha quindi formalizzato la richiesta di rinvio a giudizio per tutti i soggetti coinvolti. Sarà ora il giudice dell’udienza preliminare a valutare la sussistenza degli elementi per l’eventuale apertura del processo. Come previsto dalla normativa, gli indagati devono considerarsi non colpevoli fino a eventuale sentenza definitiva di condanna.

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