Crotone, 
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Lo sfogo di una madre dopo la sua esperienza in Pediatria a Crotone

Riceviamo e pubblichiamo

“Mercoledì 8 gennaio 2025, alle 05:30 del mattino, porto mio figlio di quasi 3 mesi al pronto soccorso per difficoltà respiratorie, vomito e febbre. Dopo la consulenza, mi dicono di salire in pediatria. Lì trovo una dottoressa cubana e un’altra dottoressa, entrambe molto disponibili, che decidono per il ricovero di mio figlio con diagnosi di principio di bronchiolite.
Dopo il cambio turno, inizia il calvario: mio figlio viene messo su un letto troppo grande per lui, con una fisiologica che mi dicono essere vitamine, e un semplice aerosol. Nel frattempo, mio figlio smette progressivamente di mangiare e inizia a perdere peso. In quella stanza non si vedeva mai nessuno, nemmeno per una misurazione della febbre. Con gentilezza, vado a riferire che mio figlio non mangiava da un giorno intero, e mi viene risposto: “Signora, è tutto normale, non si preoccupi, abbiamo attaccato delle vitamine” (che poi scoprirò essere solo acqua fisiologica).
Venerdì sera, finalmente, arriva un medico di turno, il dottor Martinez, che sembrava mandato da un angelo. Mi chiede come stesse il bambino, e io scoppio a piangere perché mio figlio ormai non reagiva più: dormiva e basta. Il dottore controlla la cartella clinica e, la mattina seguente, dispone un prelievo di urina. A quel punto, esasperata, inizio a ribellarmi e ad alzare la voce, mettendo da parte la mia educazione. Una dottoressa mi dice che loro in quel reparto “buttano l’anima”, e io rispondo che non si vedeva nessuno: eravamo noi mamme a fare il lavoro degli infermieri (salvo poche eccezioni).
Le notti erano ancora peggio: a un certo orario il reparto diventava un deserto, l’infermeria chiusa perché dormivano, senza alcuna preoccupazione per i pazienti. A quel punto iniziano i controlli: eco cardio, eco polmonare. Riscontrano una polmonite o una bronchiolite (non si è mai capito l’esito corretto, perché ognuno diceva la sua). Cominciano con l’antibiotico per via endovenosa, martoriando le braccia di mio figlio. Non ci riescono e passano all’antibiotico orale e intramuscolare, insieme all’aerosol.
Dopo tre giorni, mi consegnano un foglio di dimissioni in cui spiegano tutto a modo loro, dichiarando che mio figlio viene dimesso perché “stava benissimo” . Tuttavia, il giorno prima, la primaria, durante il giro visite, mi aveva detto che il bambino aveva ancora la bronchiolite e che era “abbastanza chiuso” . Quella mattina, per un altro dottore, invece, pareva esserci stato un miracolo: tutto questo solo perché servivano posti letto liberi. Il mio unico obiettivo, a quel punto, era uscire da quel reparto (se così volevamo chiamarlo), ma con una documentazione corretta. Mio figlio non è uscito sano: aveva perso 500 grammi, era pallido, con gli occhi cerchiati di nero per la sofferenza. Aveva subito oltre 300 buchi nel tentativo di mettere una cannula.
Uscita da lì alle 14:00, alle 15:00 mi reco dal pediatra, che mi conferma che il bambino aveva ancora la bronchite, mentre poche ore prima il dottore in ospedale mi aveva detto che era guarito.
Penso che quel reparto dovrebbe essere uno dei più belli, trasmettendo gioia e serenità ai bambini, invece è un luogo di sofferenza e indifferenza. I bambini si affidano fiduciosi per essere curati, ma trovano solo menefreghismo. Concludo questa bruttissima esperienza sperando che mio figlio non abbia mai più bisogno di tornare in quel tugurio. Ringrazio tantissimo il dottor Martinez per aver salvato mio figlio e per il supporto umano che mi ha dato, e anche quelle poche infermiere che si sono interessate al suo stato.
Essere laureati non basta per svolgere quel lavoro: bisogna avere amore e affetto verso i pazienti, soprattutto i più piccoli. Mi auguro che qualcosa cambi, anche se non tutti hanno il coraggio di parlare per migliorare le cose. Io, per mio figlio, ho fatto tutto ciò che era necessario, anche ribaltando il mondo. Spero che chi lavora in quei reparti si ricordi che sono anche mamme e provino a immaginare come una madre possa sentirsi in situazioni del genere”.

Lettera firmata

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