Processo Aemilia, Muto: “Pressioni all’Udinese per far giocare Iaquinta”

“Il bomber Vincenzo Iaquinta faceva troppa panchina. Un fatto insopportabile anche per i capi bastone del clan ’ndranghetistico Grande Aracri, che nei verbali del nuovo pentito Salvatore Muto vengono indicati come promotori di pressioni nel 2012 verso la Juventus – subito abortite – e addirittura di minacce verso l’Udinese per farlo giocare o cedere. La risposta dell’Udinese in merito è perentoria: «Le dichiarazioni apparse sulla stampa in merito alla cessione nel 2007 del giocatore Vincenzo Iaquinta sono destituite di ogni fondamento. Udinese Calcio rigetta qualsiasi affermazione apparsa sui media che rimandi a possibili pressioni ricevute in merito alla cessione di propri giocatori»”.

La notizia, riportata in prima pagina dal quotidiano Gazzetta di Reggio in un articolo a firma di Enrico Lorenzo Tidona, è uscita dalle dichiarazioni del nuovo pentito di ‘ndrangheta Salvatore Muto, condannato per associazione mafiosa a 18 anni di carcere nel processo “Pesci” (gemello di Aemilia e Kyterion), celebrato a Brescia.

“La vicenda parte da un piccolo paese della profonda Calabria, Cutro, dove il bomber Iaquinta è l’idolo incontrastato. – scrive La Gazzetta di Reggio – Campione del mondo di calcio con la Nazionale azzurra nel 2006, ha vissuto fasi alterne nella sua carriera di attaccante, passato dal Reggiolo (squadra del paesino della Bassa emiliana che ha dato i natali a Carlo Ancelotti) all’Udinese fino alla Juventus, arrivando a toccare il tetto del mondo alzando la coppa più ambita. Un compaesano che ce l’ha fatta, calciatore di razza divenuto una bandiera tanto per i cittadini onesti quanto per i capi della ’ndrangheta cutrese, che si sarebbero interessati a più riprese per raddrizzare le vicende calcistiche di Iaquinta, cercando di intervenire – o millantando di averlo fatto – con la Juventus senza risultato e addirittura usando un potenziale metodo mafioso verso l’entourage dell’Udinese nel 2012, riuscendo nell’intento – dice il pentito – di far cedere il calciatore lasciato per troppo tempo lontano dai riflettori. Aiuti ripagati con scarpini o tute del campione, recapitati dagli Iaquinta addirittura dentro un carcere”.

Una versione dei fatti, però, sui quali sta indagando la Direzione distrettuale antimafia di Bologna e che ha trovato subito la replica piccata dell’Udinese. Le dichiarazioni di Muto, diventato collaboratore di giustizia, sono contenute nel verbale dell’11 novembre scorso.

“Ai pm della Dda di Bologna Marco Mescolini e Beatrice Ronchi, Muto descrive la figura di Giuseppe Iaquinta, imprenditore edile cutrese, imputato nel processo Aemilia per i reati di associazione di stampo mafioso, padre da sempre professatosi premuroso nei confronti del figlio Vincenzo, anch’egli imputato per una più defilata questione di armi nel maxi processo che conta 145 imputati che si sta celebrando a Reggio Emilia.

IL CASO JUVENTUS. Muto racconta ai pm che nel 2012, durante un incontro al nord a cui era presente con altri sodali del clan (il boss della locale cremonese Lamanna, il faccendiere Alfonso Paolini, il boss della locale di Reggio Emilia Nicolino Sarcone) questi si sarebbero detti disposti a intervenire in favore di Iaquinta, che non veniva schierato dall’allenatore (all’epoca Antonio Conte) nella Juventus. Un caso che, nonostante l’interessamento di Sarcone, rimase lettera morta secondo quanto conclude Muto davanti ai pm.

MINACCE ALL’UDINESE. Di ben altro spessore la vicenda con l’Udinese, squadra nella quale Iaquinta aveva militato dal 2000 al 2007. La storia, infatti, viene qui circostanziata dal collaboratore di giustizia. A margine del caso con la Juve, Lamanna spiegò a Muto che non si trattava del primo intervento del clan per risolvere problemi del genere a Vincenzo Iaquinta. «Avvenne quando giocava con l’Udinese» ricorda Muto. «Per un periodo Iaquinta non veniva fatto giocare né veniva ceduto – dice il pentito – Lamanna mi ha raccontato di aver saputo da Ernesto Grande Aracri (fratello del boss Nicolino e già condannato a 24 anni di carcere nel processo Kyterion, ndr) che aveva inviato suo nipote Rosario Porchia per minacciare l’entourage dell’Udinese calcio affinché facesse giocare o cedesse Vincenzo. Cosa poi effettivamente avvenuta. Iaquinta fu poi ceduto».

GLI SCARPINI IN CELLA. Ma il racconto di Muto non termina qui perché offre ai pm un collegamento. «Messe a posto le cose, Ernesto ha chiesto un paio di scarpe da calcio che gli Iaquinta gli hanno mandato in carcere, a Catanzaro credo, dove all’epoca doveva essere detenuto»”.

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