Crotone,
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Rabbia, rancore, esasperazione social: così stiamo perdendo tutti

Ho colpevolmente visto con circa un mese di ritardo l’opera di Jorit. L’opera, non un semplice murale. Non ho potuto prima, ma la sensazione alzando gli occhi è stata davvero strana. Ho pensato a qualcosa fuori posto, fuori contesto. E non per il posto, sia chiaro. Adoro i quartieri popolari della nostra città, penso che siano custodi di storie incredibili e conservano l’essere autenticamente crotonesi. Così come accade nelle altre città del mondo, del resto. Ma quel Rino, a mio modesto avviso, è davvero bello. Oltre ogni giudizio.

È oggettivamente bello. Ed è l’esatto contrario di quello che oggi è la città. Anche in occasione dell’inaugurazione dell’opera (continuo a chiamarla così non a caso) non si è persa l’occasione per rovinare qualche attimo di felicità nato in maniera autentica. Proprio come si fa un’opera d’arte  – vera – quando la si osserva.

E non per l’incendio che divampava a qualche metro in linea d’aria dal luogo del concerto. Quello è un discorso diverso che merita un approfondimento specifico. Quanto per i toni che si continuano ad avere. Ogni parola viene detta a denti stretti, con rabbia, con rancore o rivendicando qualcosa. Nel mondo della politica, dello sport, per strada e soprattutto sui social che irrompono in maniera incontrollata ovunque. Crotone si è incattivita, tanto. Non c’è spazio per i ragionamenti, la programmazione, una crescita autentica e che vada oltre gli slogan. Anche perché quest’ultimi, da soli, non servono proprio a nulla. Perdiamo tempo, inutile, a puntare il dito contro chiunque e a farci la guerra tra noi. E nel frattempo perdiamo, perdiamo ogni giorno. Il sole, il mare, la Magna Grecia, fanno parte di quella retorica che continua a spingerci verso il baratro. Crotone non può essere tutto, deve scegliere e decidere cosa fare da grande.

Jorit stimola un’altra riflessione. Tra le “polemiche” che ho letto c’è quella della favola dello straniero (?) che viene chiamato per fare una cosa nella nostra città e viene anche pagato. Così come i gruppi musicali “vengono chiamati da fuori per suonare quando qui ci sono tanti artisti locali”. E basta. Sinceramente basta. Provincialismo da fare venire la pelle d’oca. Si cresce solo con l’incontro, il confronto. Il riconoscere i meriti, anche dell’arte, che sia un murale o in musica.

Le polemicucce su Jorit nascono dal fatto, a mio modesto avviso, che non siamo abituati al bello. Tanto da averne quasi fastidio. E invece ne abbiamo bisogno come l’aria, del bello. Lasciare spazio ad altro significa rimanere così. E così, siamo poca cosa.