Crotone,

Panni stesi, i dialoghi della ciavula: ultima puntata

Ma a vulit’ finiri i costruire, fari i strati, i rotond’, lizare muri, fari i cosi avuti avuti, a voluti finiri i tagghjiare l’arberi, fare scomparire u verde? Vi linchit i asfalto ca puzza e cacciat u vird che vi duna l’ossigeno e rallegra l’anima dell’anima vostra! Perché noi, u sa o u nu sa? Ci facciamo la mappa della terra che sorvoliamo, sappiamo dove sono case, palazzi, ponti, fiumi, l’acqua… e sappiamo dove stanno esattamente in ogni momento il sole la luna e tutto quello che c’è nel cielo… E be’ ogni vota l’amu cambiare! Ni facit niscir pacci. Nui simu bravi: è ‘na vita che facimu accussì ma questo è troppu troppu. E mi raccomannu: niente più palazzi alti, tipo grattacieli, sarebbe un disastro pì nuij! Mo’, u vi’ a quann a quann n’avm abituati a chira cosa tutta russa e blu che si liza duvi c’è u campo sportivo e mo’ s’ha di sfasciare! Iu un vi capisciu proprio. Oltre ca fitusi siti proprio scemi. Vi fate male da soli e soli… ma dico io e quann’ è mai s’è visto che uno si toglie l’erba sotto i piedi e l’ossigeno ca respira? – Sorpresa… la mia ciavula è tornata al dialetto ed è anche arrabbiata come non mai! Impossibile per me fermare il suo discorso… -Sì sì, u saccio il problema du stadio e mi dispiace pure a mija e ara famigghia mija, ché, quannu passavm i ddra, certi jorni sintivm certe urla! Sì sì, che ti credi, che non lo sappiamo della vostra malattia? – Ehm… quale malattia? (oltre ca fitusi e scemi ora saremmo anche malati gravemente? L’ho pensato ma non gliel’ho detto…). – Ohi ciota mia… il tifo! Però… che spettacolo. Va bbuo’ viditi chiru ca s’ha da fare. Muvitv ca a nuij ni piacia. – Cosa? Il calcio? – Eccerto. Sulu ca ddra intorno non c’è verde. E noi siamo abituati agli alberi. A proposito… ma che problema avit vuji? A noi ci servono, gli alberi, ma evidentemente a voi no: voi non ci fate il nido, non vi riposate sui rami, non cianciate con gli amici, protetti dalle fronde… e quindi ce li tagliate! Mo’ io vi canuscio bono: a l’atri aninmali ci date a manciare, a biviri, li portate a passeggio, ma la loro merda non la togliete… a noi che viviamo in alto non ci pensate proprio! Mo’, u vì… fa cavudo, non chiova e mi sai dire tu l’acqua dove la troviamo noi? Nessuno ca pensa di mettere in qualche angolino ‘na ciotolina, qualche semino, qualche vermetto per noi ciavule (e anche per i nostri cugini, le carcarazze). Ingrati, sempre più. Pure noi siamo animali e siccome viviamo nelle vostre, nostre città, anche noi siamo uccelli domestici. Ma a voi non vi nni frica nenti. – Ma tutta sta tirata, cara la mia ciavula, insomma… noi umani non abbiamo proprio niente di buono? – Siete divertenti: è il massimo che posso dire. Sai, noi lassù, sempre a volare, a cercare cibo, un po’ ci annoiamo e quindi… però ci fate anche arrabbiare assai. Ormai ci siamo abituati a voi ma niente è per sempre… – Il ritorno della ciavula all’italiano mi è parso strano e perciò le ho chiesto come mai e che significava che “niente è per sempre”. E lei: – Mi sono stufata di questo gran caldo. Me ne vado un po’ al nord. Mi aspetta un lungo viaggio. Emigro. Non dovrebbe sorprenderti: è quello che avete fatto e continuate a fare voi. Voi come noi non siete naturalmente stanziali. Da quando avete lasciato l’Africa millenni fa… guarda dove siete finiti! Tutto il mondo ora è vostro e non è che sta proprio bene! Pensaci. Comunque io ti lascio. Caso mai, quando torno, se sei ancora qua, ci ribecchiamo. Ma ricorda una cosa: non credere che il mango, la papaja, la quinoa… siano prodotti globalizzati. Se c’è una cosa davvero globalizzata è una sola: i panni stesi. Con le relative mollette. Ti saluto.
Gentile da Rocca

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