Crotone,

Migranti e Calabria, cronaca di una giornata di ordinaria umanità

Cosa ha detto questo 10 gennaio 2019 che volge al termine? Che c’è chi mette davanti a tutto l’umanità, perché a un essere umano che conosce la sofferenza, quando incontra un altro umano che soffre, basta un incrocio di occhi, di sguardi per capire che non c’è altra legge che quella della solidarietà. Ecco come la Calabria può impartire lezioni di umanità e lealtà. Questa Calabria complicata, piena di contraddizioni, così difficile da vivere, da raccontare e da far conoscere al di là del Pollino. Questa Calabria che molti vorrebbero restasse per sempre terra di morti ammazzati e di ‘ndrangheta.

E invece capita che alle 4 del mattino di un gelido giorno di gennaio le urla che arrivano dal mare sveglino gli abitanti di un borgo marinaro. Quella Melissa che già nel 1949 si ribellava ai proprietari terrieri, ai baroni, pagando un prezzo pesantissimo: tre contadini morti, cantati anche da Lucio Dalla con le splendide parole di Roberto Roversi in “Passato, presente”.

I proprietari e il portiere dell’Hotel Miramare accorrono e con loro altra gente si precipita sulla spiaggia e arriva anche il sindaco, Gino Murgi, uno abituato ad alzarsi le maniche. Nel mare, a pochi metri dalla riva, c’è una barca capovolta. Le urla provengono da lì.

Nessuno chiede alle persone in pericolo, chi siete? Da dove venite? Avete i documenti? Nessuno lo fanno, perché quello è il momento dell’umana reciprocità, dell’umana solidarietà. “Alcuni ragazzi – racconta commosso il sindaco – si sono levati i giubbotti e li hanno dati a quei poveri disperati. Giubbotti che non rivedranno mai più probabilmente, ma che importa. Quanto vale un giubbotto, quanto vale una vita umana”.

Quasi contemporaneamente due persone con tanto di trolley si presentano in un albergo del luogo e chiedono una stanza. Il portiere di notte li scruta, guarda i documenti, consegna loro la stanza, ma c’è qualcosa che non lo convince. Chiama i carabinieri che in tarda mattinata arresteranno i due di nazionalità russa, accusati di essere gli scafisti, i traghettatori della morte (hanno patteggiato già la pena di 3 anni di carcere). Forse hanno lasciato la barca alla deriva e 51 persone, tra cui bambini e neonati, al loro destino.

Scatta l’allarme, sul posto arrivano carabinieri, polizia, vigili del fuoco, Guardia di Finanza, Capitaneria di Porto, volontari della Croce Rossa.

Intanto i primi che sono stati soccorsi e sono tutti fradici di acqua, vengono portati all’interno dell’Hotel Miramare. Asciugamani, stufe, phon qualsiasi cosa serva a riscaldare questi poveri cristi che dicono di essere scappati dal Kurdistan.

Le urla continuano, due finanzieri della Sezione operativa navale di Crotone sentono il pianto di un bimbo. Non esitano un secondo, si tuffano in acqua e tirano via un piccolo fagottino di pochi mesi e la sua mamma. Erano rimasti incagliati nella barca che si era ribaltata.

Qualcuno parla di un disperso, un uomo che si sarebbe tuffato in mare quando la barca è stata lasciata alla deriva. Le lunghe ricerche con diversi mezzi della Capitaneria di Porto non hanno dato alcun esito.

Il sindaco Murgi corre a casa, come tanti altri suoi concittadini, raccoglie i pigiamini del figlioletto e li porta ai bambini bagnati, impauriti e infreddoliti: “Quando ho visto i pigiamini di mio figlio addosso a queste piccole creature – piange, mentre racconta Gino Murgi – non so cosa ho provato, una sensazione che mi usciva dall’anima, pensando che in quella situazione poteva trovarsi chiunque di noi, oppure ci si sono già trovati i nostri bisnonni, i nostri avi che andavano in America. L’uomo deve essere capace di gesti umanità, gesti che siamo capaci di fare”.

I migranti vengono trasferiti al Cara di Isola Capo Rizzuto, mentre i bambini con le mamme vengono portati nel reparto di Pediatria dell’ospedale San Giovanni di Dio di Crotone. Qualcuno scrive su Facebook che i bambini hanno bisogno di indumenti e scatta una vera e propria gara. Diverse persone cercano di capire cosa portare e dove.

Quei piccoli fagottini di pochi mesi e pochi anni questa notte dormiranno al caldo. Coperti e circondati dal calore delle mamme e dall’umanità dei calabresi della Magna Grecia, quelli abituati ad accogliere. Perché nell’antica Grecia, tra i padri fondatori di questi popoli della riva jonica del Mediterraneo, bastava una sola parola “xènos” (ξένος) per indicare “ospite, straniero, amico”, ma oggi l’unico riferimento di quella grande cultura rimasto nella lingua italiana è xenofobiapaura dello straniero”. E vengono in mente le parole del trentino monsignor Giancarlo Bregantini, vescovo di Campobasso, appena arrivato a Crotone da seminarista: “La cosa che mi colpì di più, andando a casa delle persone, gente che non mi aveva mai visto, erano le parole: entrate, favorite.

La Calabria resterà Megale Hellas, nella sua cultura di accoglienza, di migrazione e di umanità: ministri e governi potranno anche alzare muri, chiudere porti, ma nessun politico mai, nemmeno il più potente, potrà chiudere e rinchiudere l’anima solidale delle persone perbene.

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La dolce vita