Crotone,
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Quell’estate del 1982 con Paolo Rossi dal Lido Aurora al Bernabeu

Paolo Rossi

Ve la racconto così.

Estate 1982, avevo 13 anni e poche cose mi interessavano come il calcio. Era l’anno dei Mondiali, quelli che ospitava la Spagna.

Era una Nazionale italiana marcatamente juventina e a casa mia si tifava soltanto Juventus. Collezione completa degli Hurrà Juventus e tutto ruotava intorno alle partite dei bianconeri e del Crotone, ovviamente. Insomma un feudo bianconero che, però, ai Mondiali si vestì d’azzurro, come tutto il resto del Paese.

Era l’anno dei bagni al Lido Aurora, colore delle cabine bianco e blu, spiaggia finissima rosso Tiziano e partite infinite di calcio con tuffo finale. A metà mattinata al Lido Aurora arrivava sempre un signore che portava una grossa teglia e l’odore di pizzette e calzoni invadeva l’intero lido. Se chiudo gli occhi lo posso risentire ancora.

Ma erano anche gli anni dei flipper, ma soprattutto dei videogames come Space Invaders. La fila per poter fare una partita, dopo aver cambiato le cento lire con un gettone, e poter sparare a quei “maledetti” teschi.

E poi la musica. Ogni venerdì all’ora di pranzo alla radio trasmettevano Hit Parade con una sigla inconfondibile. Noi avevamo una radio a transistor con incorporato il “gira dischi”, che sistemavamo sulla lavatrice (che era nel cucinino – gli spazi in una casa popolare non sono tanti, specie per una famiglia super numerosa come la mia) per ascoltare la musica e i successi di quel 1982. Poi c’era lui: il Jukebox del Lido Aurora. Inserisci la moneta, digiti il codice del disco che vuoi ascoltare e una leva meccanica solleva il 45 giri in vinile e lo sistema sotto la puntina che diffonde le note. Tra le più gettonate In The Air Tonight di Phill Collins che era uscita l’anno prima e che girava almeno 20 volte al giorno. Ma poi era l’anno in cui si ascoltava Avrai di Claudio BaglioniDer Kommissar di FalcoReality di Richard Sanderson, tratto dal film Il tempo delle mele, Just an illusion degli Immagination, Paradise Phoebe Cates.

Era l’anno dei Mondiali di calcio, come detto, le mie sorelle e i miei fratelli decisero che quei mondiali avremmo dovuto vederli a colori. Tanto per intenderci un televisore a colori arrivava a costare anche 800mila lire – 1 milione e oltre.

Così la colletta portò ad una cifra che permise alla mia famiglia di pensionare il vecchio televisore in bianco e nero e regalarci il “brivido” del colore. Non c’era il telecomando, ma un pulsante per spegnere e accendere, e uno sportellino con altri comandi manuali: il volume, cambiare i canali e sintonizzazione.

Il Mondiale inizia con tre scialbi pareggi, ma in famiglia noi abbiamo un inguaribile ottimista (in realtà lo sono anche io, ma all’epoca ancora non lo sapevo), mio fratello Nicola, che oltre a criticare l’arbitro a prescindere (è un suo must) ripeteva sempre che avremmo vinto quel mondiale. Non solo, lui aveva un rito scaramantico unico: prima di ogni partita passava almeno 10 minuti davanti allo specchio a pettinarsi. Di capelli ne aveva tanti e la cura con cui li pettinava prima delle partite era quasi maniacale.

“Silenzio, inizia l’inno” e lì capivi che il clima partita era bello che arrivato e si era impossessato di qualsiasi altra cosa potesse accadere. E puntualmente a ogni partita, all’inno italiano corrispondeva la suonata di zio Cenzo. Un nostro cugino, perché figlio di una sorella di papà, ma siccome di età era molto più grande di noi lo chiamavamo affettuosamente zio. Un uomo che non avrebbe visto il male nemmeno nel diavolo e che aveva un modo tutto suo di seguire le partite, un modo che a noi ragazzini ci faceva ammazzare dalle risate.

Superato il turno a fatica l’Italia è attesa dal girone infernale con Argentina e Brasile. Nessuno pensa che gli Azzurri possano superare il turno, tranne Nicola ovviamente. Nonostante la fatica a qualificarsi c’era in tutti noi qualcosa che ci spingeva a pensare che quel Mondiale per l’Italia sarebbe stato magico. Tanto che io andai per ben tre volte in piazza Duomo dove c’era il negozio “Tessuti Greco” a comprare le strisce di raso verde, bianco e rosso. Ero assolutamente affascinato da quei rotoli di stoffa, ma soprattutto da quell’asta di legno che serviva per prendere la misura. E poi via, la forbice che tagliava in un secondo. Ogni volta che andavo al negozio di stoffe il proprietario mi ripeteva la stessa cosa: “Ma fatti la bandiera del Brasile”. A un certo punto ho pensato che lo facesse quasi per scaramanzia o per un suo rito particolare.

L’Italia batte l’Argentina, ma poi c’è il Brasile e per passare il turno l’Italia ha un solo risultato: vincere. Gli Azzurri sembrano la vittima predestinata della corazzata Brasile e invece. E invece un omino minuto e rapido segna il primo gol, la sua maglia è la numero 20, il suo nome è Paolo Rossi. Pareggio di Socrates, Ma c’è sempre l’omino gracile, Paolo Rossi che ruba palla e fa 2-1. Entusiasmo alle stelle, ma abbiamo a che fare comunque con il Brasile. Finisce il primo tempo. Provo a sentire gli umori del quartiere affacciandomi alla finestra, mentre in casa la discussione è ovviamente tutta su cosa accadrà nel secondo tempo. Ripresa. Minuto 23’ Falcao con una finta sposta tutta la difesa dell’Italia e infila Zoff con un sinistro micidiale. Reazione di casa Palermo all’esultanza di Falcao: da censura, meglio non raccontarla, ma credo sia stata la reazione di 56 milioni di italiani che quel pomeriggio erano davanti ai televisori. E noi lo abbiamo visto pure a colori con la maglia verde-oro. Passano sei minuti: calcio d’angolo tiro di Tardelli e sulla traiettoria c’è sempre lui, quello che non doveva nemmeno giocare: Paolo Rossi 3-2. Casa nostra era un po’ il collettore di molti parenti. Zio Mario, che aveva sposato una sorella di zio Cenzo e al quale riservavamo sempre il nome di zio per lo stesso motivo di cui sopra, non stava più nella pelle. la tensione era talmente alta che a un certo punto della partita decise di legarsi il classico “scoddrino” alla testa per cercare di calmarsi. Super parata di Zoff a pochi secondi dalla fine e l’Italia è in semifinale. Cominciano le sfilate bardate di tricolore. Sotto casa c’è il tabacchino Iembo, che fu di Temistocle Nicoletta prima e del figlio Tonino poi. Paolo Iembo ha trasformato la Dyane celeste in una bandiera dell’Italia su quattro ruote. In semifinale c’è la Polonia, ma a tutti sembra già una formalità, tanto più che non c’è nemmeno Boniek. Io in quel Mondiale mi ero innamorato di un calciatore che si chiamava come me, Bruno, ma non era questo il motivo. Bruno Conti sembrava danzare sul pallone, faceva impazzire tutti gli avversari e con quel sinistro poteva permettersi tutto. Lui confeziona l’assist per il raddoppio dell’Italia, e chi segna? Paolo Rossi, che aveva già portato l’Italia avanti nel primo tempo: what else?

L’Italia è in finale, le strisce di stoffa da “Tessuti Greco” ormai non le contavo più, forse l’avrò comprate per tutto il quartiere, poi ognuno pensava a farsele cucire. Italia-Germania, nessun dubbio e questa volta non solo per Nicola, anche quando Cabrini spara fuori il rigore. Italia-Germania non è mai solo una partita di calcio, è tanto, tanto di più. A ogni inquadratura di Uli Stielike casa mia diventa una bolgia, stava simpatico a tutti, ma proprio a tutti eh.

La voce di Nando Martellini sembrava una nenia che accompagnava tutti verso i sogni. Le immagini del presidente, il mio presidente, Sandro Pertini, facevano gonfiare il petto, sembrava uno di famiglia e come tale si comportò anche al Bernabeu, al diavolo il protocollo. Oriali è il bersaglio preferito dei tedeschi e Nicola, manco a dirlo, a ogni fallo invita l’arbitro, che per le urla lo avrebbe potuto udire anche da Crotone a Madrid, di tirare fuori il cartellino giallo. Fallo, l’ennesimo su Oriali. Batte subito Tardelli, cross di Gentile e testa di Paolino Rossi, goooooolllll. L’Italia è davanti ai panzer. Poi arriva l’urlo immortale e in mondo visione di Tardelli (che fa più audience di quello di Munch) e completa il tutto un glaciale Altobelli.

Via, per strada, ovunque ci sia un italiano da abbracciare. E che importa che non lo conosci, abbiamo vinto i Mondiali di calcio. Maurizio salta sul suo Ciao bianco dopo che Rita gli ha dipinto sulle guance le strisce verde-bianco-rosso. È un delirio, da piazza Pitagora al Lungomare si cammina a passo d’uomo. Un corteo “funebre” per la Germania si dirige verso viale Gramsci. Molti si tuffano nelle acque calde del mare di Crotone che in quel 11 luglio 1982. In quel periodo le strade erano tappezzate da manifesti del latte Stella Polenghi con testimonial Paolo Rossi, ma dopo il triplice fischio dell’arbitro Coelho molti li avevano tirati via dai muri e li avevano praticamente indossati. 

Una settimana dopo (il 19 luglio) allo stadio Ezio Scida di Crotone, il concerto di Francesco De Gregori che proprio non ce la fa a fare finta di niente e dopo due pezzi di Mimmo Locasciulli, si presenta sul palco con il cappellino tricolore e partono le note di Viva L’Italia, altro delirio. Ecco, nell’estate del 1982 Paolo Rossi ci rese tutti più italiani, tutti gioiosi e tutti orgogliosi di gonfiare il petto, soprattutto i tanti lavoratori italiani all’estero. In quei giorni Paolo Rossi diventò immortale, per l’Italia e per tutto il calcio mondiale.

Ciao Paolo…e grazie!