Crotone,
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Crotone, da Apriglianello ai vertici della Hugo Boss: storia di Antonio Simina, il ragazzino che ha inseguito e realizzato i suoi sogni

Antonio Simina

Dalle campagne di Apriglianello ai vertici della Hugo Boss, una delle multinazionali più importanti del mondo. Un viaggio impossibile, un viaggio che si può fare solo nei sogni. Ma se il sogno lo insegui forse un giorno si realizza.

Questa è la storia di un ragazzino di Crotone salito un giorno su un treno diretto in Germania, a caccia di pane e fortuna. Quel pane guadagnato col sudore, con la fatica, respirando polveri di metallo per poi seguire le aspirazioni e le passioni. Questa è la storia di un ragazzino di Apriglianello diventato operaio, sarto e poi grande mananger, fino ad essere il vicepresidente del Consiglio di sorveglianza della potente multinazionale della moda Hugo Boss.

È la storia di Antonio Simina che oggi ha 65 anni ed è un super manager, ma continua a portarsi dentro Crotone, la Calabria e il Dna di questa terra. Uno che a furia di sudore e sacrifici è diventato quello che è.

Antonio Simina si racconta in esclusiva a CrotoneNews in una intervista a cuore aperto, in cui narra la sua vita che è quella di un piccolo ragazzo di campagna arrivato in alto solo con le sue forze e la sua caparbietà.

Antonio Simina è nato a Crotone e cresciuto nella piccola frazione di Apriglianello.

Dopo le scuole elementari ad Apriglianello ha frequentato le scuole Medie alla Giovanni XXIII a Crotone, restando tutto il tempo al Seminario Arcivescovile di Crotone.

Sono gli anni in cui moltissimi calabresi partono per la Germania, terra di lavoro e fatica, ma che garantisce il pane ogni giorno. Quel pane che anche il papà di Antonio Simina va a guadagnarsi a migliaia di chilometri da casa, dalla famiglia e dagli affetti.

«Mio padre Giuseppe era già emigrato in Germania per lavoro.

Io dopo le scuole Medie ho frequentato per meno di due anni l’istituto Agrario di Cutro, ma capì ben presto che non era la mia passione. Decisi, contro la volontà di mia mamma Mafalda, di raggiungere papà in Germania, un po’ anche per spirito di avventura. Arrivato in Germania mi trovai in mezzo a una comunità calabrese molto unita: tra cugini, parenti e amici. Ci si aiutava a vicenda. Ben presto mi accorsi che così non potevo andare avanti a lungo; nessuno parlava il tedesco e si tirava avanti.

Ho lavorato quasi un anno nella stessa azienda dove lavorava papà, Un’azienda di lavorazione di metalli e, quindi, sporca e piena di polveri.  Ben presto capì che anche quel lavoro non faceva per me. Avevo netta la sensazione che in Germania si potesse fare di più. Per questo ho imparato subito presto il tedesco e, con l’aiuto di caro amico, andai a lavorare in un’altra azienda, molto grande e nella quale costruivamo trattori agricoli. Mi piaceva tanto quel lavoro».

Comunque gli affetti erano lontani e per un ragazzino della sua età non deve essere stato facile.

«In effetti non lo fu, ma nel 1971 finalmente papà decise di fare venire mamma con la mia sorellina di tre anni, mentre l’altra sorella grande, che si era appena sposata, rimase a Crotone.  Adesso la famiglia era più o meno unita; io ovviamente ero molto felice di questo ricongiungimento. Nell’azienda di trattori agricoli ho lavorato per cinque anni, ma volevo comunque imparare un mestiere. Avrei voluto fare nella stessa azienda il disegnatore tecnico. Possibilità che non mi fu concessa e adesso dico per mia fortuna.

Perché?

«Perché qualche settimana dopo, un caro amico mi disse: “Antonio alla Hugo Boss se vuoi cercano apprendisti per la sartoria”. Non ci ho pensato due volte e sono passato in ufficio. Era un giovedì, mi hanno subito preso a lavorare e il lunedì successivo ho potuto incominciare. Ero contentissimo io, mentre mio padre non tanto. La Hugo Boss in quei tempi non godeva di ottima salute. E mio padre non aveva tutti i torti visto che l’azienda che avevo lasciato economicamente era molto più forte.

Comunque, ormai la decisione l’avevo presa, e fu la mia fortuna. Dopo i tre anni di apprendistato ho cominciato a lavorare come sarto. Mi piaceva tanto ed avevo la possibilità di crescere in tutto.

I proprietari della Hugo Boss erano due fratelli: uno si prendeva cura dalla parte operativa, l’altro del marketing. Quest’ultimo aveva buoni rapporti con personaggi famosi. Un giorno atterrò un elicottero proprio vicino al nostro edificio; – noi tutti lì a guardare – scese un signore, che aveva anche pilotato l’elicottero. Ci mettemmo pochissimo a capire chi era: un certo Niki Lauda, pilota di Formula 1 e amico del nostro capo. Il nostro compito era quello di tagliare e confezionare 4 vestiti per Niki. Io ero contentissimo ed emozionatissimo perché avremmo dovuto prendere le misure a Niki Lauda per i vestiti. Raccontai tutto ai miei amici. In quel periodo il novanta per cento dei lavoratori di sartoria era straniero».

Come si sviluppò la sua carriera nella Hugo Boss?

«Un anno dopo esserci entrato a lavorare c’erano le votazioni per il presidente del consiglio aziendale. Dato che io parlavo molto bene il tedesco, alcuni connazionali mi dissero: “Dai Antonio questo sarebbe bene per te e anche per noi”. Al momento non mi feci convincere, però poi pensandoci sopra dissi ma perché no.

Quella è stata la svolta della mia carriera alla Hugo Boss. Sono stato eletto con la maggioranza di voti e invece del sarto ho cominciato a fare un po’ di politica aziendale. Tutti apprezzavano il mio lavoro, anche i dipendenti tedeschi che mi incoraggiavano di andare avanti. Sono riuscito, con il mio team, a fare ottimi accordi aziendali, guardando sempre ambedue le parti. Anche i consiglieri delegati mi rispettavano per il mio lavoro.

Il vero colpo, però, arrivò nel 1985.

I due fratelli proprietari decisero di quotare l’azienda in Borsa, e fu un successo strepitoso. Essendo quotati in borsa, però, c’era di bisogno di un “supervisory board” (consiglio di vigilanza). Questo consiglio è praticamente il tetto dell’azienda ed è composto da 12 membri: sei dalla parte degli azionisti e sei dalla parte dei dipendenti. Io ne diventai il vicepresidente, e lo sono ancora oggi.

Una responsabilità molto grande, e con le scuole che io avevo fatto era quasi impossibile ricoprire questo ruolo. Sono stato “costretto” a ritornare sui banchi di scuola, questa volta comunque con molta passione e entusiasmo. Questo, insieme al mio lavoro quotidiano alla Hugo Boss, mi ha dato la possibilità di studiare almeno le cose più importanti di cui avevo bisogno: economia e commercio, sapere almeno leggere un bilancio, che allora non sapevo nemmeno cosa fosse.

Comunque ero così entusiasta e motivato che mi veniva facile imparare. Tra l’altro tutte le decisioni che vengono prese in una società per azioni hanno un livello legale e quindi era indispensabile fare corsi di legge: materia abbastanza complicata, ma molto interessante, Così anno per anno ho studiato e frequentato le scuole che mi servivano per il mio lavoro, e anche questo grazie a Dio sono riuscito a farlo con una certa bravura. Io sono sicuro di una cosa: quando hai un lavoro che fai con passione ti riesce un po’ tutto».

Poi succede altro nella Hugo Boss che contribuisce alla sua carriera?

«Nel 1992 i due fratelli, che ormai erano famosi in tutto il mondo, decisero di vendere l’azienda, e tra di noi c’era molto paura. Io essendo vice presidente del consiglio di sorveglianza avevo le informazioni in anteprima; dovevo averle per legge perché senza il nostro OK non sarebbe stato possibile fare questa transazione. Ci fu un incontro in un hotel, a Monaco di Baviera, tutto in gran segreto perché non si doveva sapere della vendita. L’interessato era niente meno che il Conte Pietro Marzotto, un personaggio unico, e per me era come un 6 al SuperEnalotto: un italiano proprietario della azienda in cui lavoravo da anni. Credo che anche il Conte Marzotto in qualche modo fosse entusiasta di me, ma col tempo la nostra diventò una vera e propria amicizia, andata avanti per quasi 23 anni.

Un aneddoto che ricordo sempre è il primo incontro che abbiamo avuto in Italia, a Valdagno dove risedeva. Eravamo invitati a cena e avevano arrostito dei fagiani con contorno di verdure. Il Conte mi disse: “Toni, cosi mi chiamava, sai cosa sono questa verdure?”. Le avevo riconosciute subito, era cicoria selvatica, e gli dissi: “Dottor Marzotto con questo tipo di verdura sono cresciuto in Calabria”, si mise a ridere di gran gusto. Lui la cicoria se la faceva raccogliere del suo giardiniere sulle colline di Valdagno. Quella con tutta la famiglia Marzotto fu una bellissima avventura. Conservo ancora oggi dei rapporti intensi».

Ci racconti il suo lavoro.

«La mia posizione in azienda è di grande responsabilità soprattutto sulle affiliate Hugo Boss di tutto il Mondo: siamo presenti in circa 140 Paesi. Per questo negli ultimi 25 anni ho viaggiato tantissimo, anche perché per prendere certe decisioni si ha bisogno di avere informazioni precise ed essere anche presenti in questi Paesi.

Per me, che amo viaggiare, un sogno: tra una sfilata a New York e un meeting a Londra, ero un sempre con la borsa pronta. Credo siano davvero poche le città del Mondo che non ho visto.

Girando e visitando tutte queste città provavo e provo sempre un pizzico di rammarico. Ho sempre paragonato la nostra bella Calabria con quello che vedevo per il mondo: città che da piccole riuscivano a fare tanto. Noi, invece, con tanta bellezza e cultura, siamo riusciti a fare molto poco».

A un certo punto lei conosce un altro crotonese Enzo Demme e la sua famiglia, come è andata e cosa ci dice di suo figlio Diego, ora centrocampista del Napoli?

«Nella Svizzera italiana, vicino a Lugano, abbiamo una bellissima azienda, Ci andavo spesso, conoscevo tanti dipendenti e sapevo che lavoravano molti italiani.

Un giorno in ufficio in Germania viene un mio conoscente e mi dice: “Toni ti presento Enzo Demme, responsabile in Ticino delle nostre cinte e accessori, anche lui come te calabrese”.

E lui in dialetto mi dice: “Ma tu si i Cutrone? Io sugnu i Scandale”.

È stata un’amicizia a prima vista, non poteva essere altrimenti. Sono ormai quasi 10 anni che ci conosciamo e frequentiamo. Ho conosciuto sua moglie Petra, tedesca come mia moglie Ute, e i suoi cari figli Diego e Katiuscha.

Diego è un ragazzo favoloso, con i piedi per terra, ed è un grandissimo calciatore. Ha un cuore grande e una umiltà senza pari. Enzo, naturalmente, da buon calabrese è orgogliosissimo di suo figlio, come del resto lo è la mamma Petra.

Con Enzo abbiamo parlato un po’ di tutto, delle nostre infanzie, dalla nostra Calabria con tutti i pregi e i difetti. Noi abbiamo fatto sempre tanti parallelismi, un po’ come la mia storia che a raccontarla oggi sembra molto facile, ma in realtà è piena di sacrifici. Io sono partito da zero, anzi da sotto zero. E anche nella famiglia di Enzo hanno fatto tutti tanti sacrifici prima di avere quelle soddisfazioni che oggi hanno e meritano. Se Diego oggi è quel che è, il merito è dei genitori che, non solo hanno sempre creduto in lui, ma l’hanno seguito per tutto il tempo: dalle serie inferiori fino allo sbarco in Serie A. Certe cose non succedono per caso, ma c’è molto lavoro e sacrificio dietro».

Ma c’è anche un segreto tra lei e Enzo Demme, un segreto tutto crotonese e calabrese.

«Effettivamente sì. Enzo viene quasi ogni due settimane in Centrale e prima di partire mi chiama perché lui mi rifornisce di prodotti calabresi: dal pane, fino ai peperoni nostri, per fare “Pipi&Patati”. Insieme passiamo bellissime serate: insomma siamo amici e fratelli».

Quante volte riesce a tornare a Crotone e cosa le manca?

«Io torno Italia tutti gli anni. I miei si sono ritirati a Crotone alla fine degli Anni 80 e da allora sono state pochissime le volte nella quali non sono riuscito a scendere.

Anzi da qualche tempo riesco a venire a Crotone anche due volte l’anno. Manco da troppo tempo e ormai ho pochi amici a Crotone all’infuori della mia famiglia. Quelle poche volte che vengo cerco di passare più tempo possibile con i miei cari. Mio papà Giuseppe e le mie due sorelle Maria e Isabella. Ogni tanto riesco a far visita a Franco, un carissimo amico. Quasi sempre con viene tutta la famiglia, mia moglie Ute e le mie figlie Sandra Isabella e Laura Maria che, oltre a gradire molto le vacanze a Crotone, sono legatissime al nonno.

È molto importante non dimenticare mai dove si è nati e da dove si viene, al di là di ogni ruolo e della carriera che si riesce a fare. Questa è la nostra identità, il nostro Dna. Sono in Germania da 50 anni e ancora mi mancano alcune cose. Oltre alla mia famiglia, ovviamente, per dirne una mi manca la bellezza di tirare i fichi direttamente dall’albero e mangiarli. Oppure i cibi: una bella frittura di pesce azzurro; un piatto di trippa preparato con le patate, cose nostre, genuine e non elaborate. Cose che possono sembrare niente, ma dalla preparazione ai profumi è un continuo viaggio nella memoria delle cose belle della nostra vita».