Crotone,

‘Ndrangheta, operazione Jonny: ci sono altri due pentiti, luce su omicidi ed estorsioni

L’inchiesta Jonny è ben lungi dall’essere finita. Nonostante i 124 avvisi di conclusione delle indagini ad altrettante persone indagate, l’inchiesta della DDA di Catanzaro, che ha scoperchiato il calderone di intrecci illeciti per contro della ‘ndrangheta sul Centro di accoglienza di Sant’Anna di Isola Capo Rizzuto, continua ad acquisire elementi e dati investigativi che potrebbero portare ad ulteriori sviluppi.

Soprattutto, per esempio, sui fatti delittuosi del Catanzarese visto che, come anticipato dal Quotidiano del Sud, ci sono altri due pentiti.  Si tratta di due presunti esponenti di vertice della cosca Bruno, Francesco Mammone, 29 anni, di Squillace, e Salvatore Danieli, 34 anni, di Vallefiorita.

Raccontano e riempiono verbali – firmati dai pm della Dda di Catanzaro Vincenzo Capomolla e Debora Rizza – su omicidi, intimidazioni, estorsioni e cene a Petilia Policastro con i vertici della ‘ndrangheta del posto e di Mesoraca.

“La sua fonte sarebbe Luciano Babbino, descritto come una sorta di braccio destro del Bruno defunto. Una cosca perdente, – scrive il Quotidiano – considerato che il presunto capo, Francesco Bruno, nel febbraio 2013 fu ammazzato a colpi di kalashnikov insieme alla moglie, Caterina Raimondi, con la quale stava uscendo di casa, nel paesino di Vallefiorita, quando si materializzò il commando di morte. Quattro mesi prima c’era stato un summit nella ormai famigerata tavernetta del boss di Cutro, Nicolino Grande Aracri, a capo di una “provincia” di ‘ndrangheta le cui propaggini si allungavano ben oltre il Crotonese, per avviluppare mezza Calabria. «Ve lo potete pure fumare», disse il boss a uomini di un gruppo criminale rivale di Roccelletta di Borgia intenzionati a scalzare il clan prima dominante sui territori di Vallefiorita, Amaroni e Squillace. Mammone qualcosa di quell’omicidio riferire sarebbe Luciano Babbino, descritto come una sorta di braccio destro del Bruno defunto”.

Secondo quanto appreso dal Quotidiano, Mammone sa anche dell’omicidio di Antonio Bevilacqua, capo del gruppo rom di Catanzaro, detto “Toro seduto”.

Sempre Babbino avrebbe raccontato a Mammone di un incontro con “Nico Gioffrè – capo ‘ndrina a Catanzaro su placet del boss di Cutro (scrive il Quotidiano) – il quale gli disse che a breve avrebbero ucciso “Toro seduto”, nomignolo di Bevilacqua, assassinato nel giugno 2015”.

E poi raccontano degli atti intimidatori ai danni di noti ristoranti e lidi balneari. Racconti utili agli investigatori per delineare il quadro in cui quella fetta di territorio veniva assoggettato alla volontà delle ‘ndrine per conto di cosche potenti come quella dei Grande Aracri.

“Mammone ha anche riferito di una sua partecipazione a un matrimonio, – scrive ancora il Quotidiano del Sud – insieme a Babbino, di un componente della famiglia di Cataldo Marincola, uno dei capi del “locale” di ‘ndrangheta di Cirò, svoltosi a Torretta di Crucoli nell’estate 2015. Ma c’è anche il racconto del progetto di Babbino di incendiare le auto di chi denunciava, a Vallefiorita, insieme a tanti altri elementi coperti da omissis”.

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