La comunità crotonese si è raccolta nella chiesa dell’Immacolata, lunedì 21 settembre, per la Santa Messa in suffragio di Denise Cosco, presieduta dall’Arcivescovo di Crotone-Santa Severina, monsignor Alberto Torriani.
Una celebrazione partecipata e segnata dal raccoglimento, durante la quale l’Arcivescovo ha affidato alla comunità una riflessione incentrata sui temi della verità, della responsabilità e della capacità di trasformare il Vangelo in scelte concrete.
«La Parola del Vangelo può diventare lettera morta se non raggiunge la vita», ha affermato Torriani in apertura dell’omelia, sviluppata a partire dal passo evangelico della lampada che non viene nascosta, ma posta sul candelabro affinché possa illuminare.
Un’immagine utilizzata per interrogare la comunità su ciò che ciascuno sceglie di fare della “luce” che gli viene affidata. Secondo l’Arcivescovo, sotto il letto possono finire verità scomode, responsabilità rimandate e realtà che si preferisce non affrontare.
In questo contesto Torriani ha richiamato la storia di Denise Cosco e il suo coraggio nella ricerca della verità. «Avrebbe potuto mettere la lampada sotto il letto. Ha scelto il candelabro», ha detto, sottolineando come la sua testimonianza non debba limitarsi a essere ricordata, ma possa diventare occasione per interrogare le proprie scelte.
«Il Vangelo non serve a dare ragione alle nostre decisioni, ma a metterle alla prova», ha aggiunto l’Arcivescovo, estendendo la riflessione dalla dimensione personale a quella comunitaria. La Chiesa, ha spiegato, non può essere composta da “luci isolate”, ma da persone capaci di scegliere insieme come tradurre nella realtà il messaggio evangelico.
Particolare attenzione è stata riservata al rapporto tra legalità e responsabilità. Per Torriani, la contrapposizione tra legalità e illegalità, pur fondamentale, non esaurisce il compito di una comunità. La responsabilità richiede infatti di superare il ruolo di semplici spettatori e di rispondere concretamente alle situazioni che interrogano la coscienza.
«Non basta applaudire chi mette la lampada sul candelabro. Non basta commemorare chi ha avuto coraggio. Non basta neppure dichiarare solennemente da quale parte stiamo. Bisogna rispondere», ha affermato.
Da qui l’invito rivolto a istituzioni, scuola, famiglie, associazioni e comunità cristiane a lavorare insieme per costruire una cultura della responsabilità, con un’attenzione particolare all’educazione dei più giovani: non soltanto insegnare loro da quale parte stare, ma renderli capaci di incidere con le proprie azioni sui contesti nei quali vivono.
Nel corso dell’omelia l’Arcivescovo ha inoltre ricordato il lavoro dei sacerdoti che quotidianamente accompagnano persone e comunità, soprattutto nelle situazioni più difficili, scegliendo di «non tenere nascosta la luce».
Un ultimo passaggio è stato dedicato alla fragilità e alla necessità di prestare attenzione a chi vive momenti di sofferenza. Torriani ha invitato a riconoscere i segnali di fatica nelle persone vicine e a non lasciare nessuno solo.
«A volte non servono grandi discorsi. Serve accorgersi, serve ascoltare, serve esserci», ha detto, indicando nella cura reciproca uno degli impegni più importanti per il territorio.
Al termine della celebrazione è stato letto anche un messaggio di don Luigi Ciotti dedicato a Denise, un testo nel quale il fondatore di Libera ha ripercorso la sofferenza vissuta dalla giovane dopo la morte della madre, soffermandosi soprattutto sul peso che può accompagnare chi sceglie la verità e la giustizia.
Ciotti ha ricordato le parole pronunciate da Denise in occasione del funerale della madre e il legame che continuava a unirle. Una vita, quella della giovane, descritta come segnata da prove, paure e da un progressivo sradicamento.
Nel messaggio viene ricordata la scelta di Denise di schierarsi dalla parte della verità, denunciando anche il padre dopo l’uccisione della madre. Una scelta che, secondo Ciotti, la ragazza non avrebbe mai realmente messo in discussione, nonostante le difficoltà affrontate negli anni successivi.
«Abbiamo celebrato il suo coraggio, l’abbiamo trasformata in un’eroina civile», si legge nel testo. Ma, ha sottolineato Ciotti, dietro il simbolo e l’icona restava «l’anima fragile di una ragazza» chiamata a sostenere un peso enorme.
Il messaggio non attribuisce allo Stato un abbandono di Denise. Al contrario, Ciotti riconosce che le istituzioni si sono fatte vicine, mettendo al suo fianco persone competenti e mostrando anche umanità. Eppure, osserva, a un certo punto Denise può essersi sentita profondamente sola e incapace di sostenere ancora il peso della propria esistenza.
Da qui una riflessione più ampia sulle conseguenze della violenza mafiosa, che per Ciotti non si esauriscono con un delitto. Esiste, sostiene, anche una violenza “differita”, capace di agire negli anni sulle vittime indirette, recidendo legami, alimentando sensi di colpa e trasformando progressivamente la vita delle persone.
Nel messaggio viene utilizzata un’espressione particolarmente forte, quella di un «omicidio lungo 17 anni», riferita da Ciotti al percorso che separa l’uccisione della madre dalla morte di Denise. Una lettura con la quale il sacerdote intende sottolineare il peso prolungato delle conseguenze prodotte dalla criminalità sulle persone che ne rimangono coinvolte.
Ciotti invita però a non fermarsi alla commozione o alla fatalità. Respinge l’idea che di fronte alla vicenda di Denise ci si possa limitare a pensare che non potesse che finire in questo modo, e pone invece una serie di interrogativi sul sistema di accompagnamento delle vittime e dei testimoni di giustizia.
«In che cosa abbiamo mancato? Che cosa manca al nostro modo di accompagnare le vittime, i testimoni, le persone che portano un peso che noi non vediamo?», sono alcune delle domande affidate alla comunità.
Il nodo centrale, secondo Ciotti, è la ricostruzione di una rete di affetti e relazioni attorno alle persone costrette, per ragioni di sicurezza, ad abbandonare luoghi, amicizie e riferimenti della propria vita precedente. La protezione, sostiene, non può trasformarsi in una nuova forma di isolamento.
Per questo il messaggio richiama la necessità di una revisione profonda delle politiche di tutela dei testimoni, capace di affiancare alla sicurezza materiale una maggiore attenzione alla dimensione umana, emotiva e relazionale.
«Non possiamo chiedere ai testimoni di giustizia di sacrificare la propria vita per il bene comune, e poi lasciarli soli a fare i conti con i propri fantasmi», afferma Ciotti.
Un richiamo che diventa anche responsabilità collettiva. Per don Ciotti, la morte di Denise non può trasformarsi nell’ennesima notizia destinata a essere dimenticata. Il suo ricordo deve servire a «vedere le persone dietro i simboli» e a garantire a chi ha servito la giustizia una protezione che non sia soltanto custodia, ma anche cura.
«Lea e Denise non ci chiedono celebrazioni e retorica», scrive ancora Ciotti, chiedendo una giustizia «che non lasci indietro nessuno», una Chiesa capace di accompagnare chi soffre e uno Stato che sappia farsi carico «dei corpi ma anche dei sentimenti» delle persone che gli si affidano.
Il messaggio si conclude infine con un saluto rivolto direttamente a Denise, affidandola idealmente all’abbraccio della madre Lea.
Parole che si sono intrecciate con il messaggio consegnato poco prima dall’Arcivescovo Torriani alla comunità crotonese: ricordare non basta se alla memoria non segue la responsabilità di interrogarsi su ciò che può essere fatto, concretamente, perché nessuno venga lasciato solo.
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