Crotone,
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Lettera a mio padre ucciso nel 1998: “Mi nascondevo nell’armadio per sentire ancora il tuo profumo”

Qualcuno ha scritto: “Essere stati amati tanto profondamente ci protegge per sempre, anche quando la persona che ci ha amato non c’è più. È un cosa che ci resta dentro, nella pelle”.

Credo che sia proprio così, tu hai continuato a farlo, sei rimasto con me, con noi, in ogni istante anche se sono trascorsi ventiquattro anni da quando non ci sei più. Non è assolutamente vero che il tempo rende le cose più semplici, non per chi ti ha conosciuto e soprattutto per chi ti ama.

Ho avuto la fortuna di “viverti”, anche se per poco, troppo poco, però quel poco ti è stato sufficiente a insegnarci quello che non saremmo dovuti diventare, perché tutto il resto, quello che avremmo voluto, sarebbe stato possibile realizzarlo con l’impegno, la determinazione, la libertà di scegliere, di essere e di esprimere noi stessi fino in fondo.

Sei mancato tanto alla bambina che di nascosto apriva il tuo armadio e si nascondeva dentro per sentire ancora il tuo profumo su quei vestiti che sarebbero per sempre rimasti appesi al loro posto; sei mancato tanto alla bambina che guardava le cravatte riposte ordinatamente sulle ante dell’armadio, immaginando quale avresti scelto per quella mattinata da trascorrere in ufficio. Infinite volte ho desiderato sentire la tua voce chiamare il mio nome, con tutta la forza ho sperato di vederti sbucare da un momento all’altro sull’uscio della porta all’ora solita del tuo rientro, ma purtroppo non ti ho mai più visto rincasare.

Per tutte le volte che sono venute giù a fiumi, pensavo di aver finito le lacrime, in realtà ogni volta quelle non mancano mai specie quando i ricordi riaffiorano o quando qualcuno mi parla di te e mi dice che sono la degna figlia di mio padre.

Sono orgogliosa poiché, nonostante tutto il tempo trascorso, qui c’è ancora tanta gente che ripensa a quell’uomo meraviglioso, umile, rispettoso, onesto quale eri tu. Quella stessa gente che con affetto conserva il tuo ricordo in un angolo speciale del suo cuore, per il tuo saper essere stato d’aiuto e buono con tutti, non solo con i tuoi coetanei, ma anche con quelli che erano i ragazzi che frequentavano la nostra palestra. Eri cresciuto senza la tua mamma e forse per questo ci hai baciato, tenuti stretti, coccolati di un amore infinito per non farcene mancare nemmeno po’.

Nel tuo modo di essere genitore non era contemplato trascurarci neanche un attimo: sei stato un padre che ci “viziava” con le sue premure e la sua presenza.

Mi sei mancato nei momenti più importanti della mia vita: alle mie lauree, al mio matrimonio, alla nascita dei miei figli e non smetti di mancarmi nella vita di tutti i giorni.

Spesso mi domando come sarebbe stata la mia vita con te al mio fianco. A volte mi scopro a immaginare il nonno straordinario che saresti stato per i tuoi nipoti: una principessa e cinque maschi e uno di loro – ma questo l’hai già indovinato, non è vero? – porta il tuo nome.

Scrivo della tua dipartita. Quest’anno il 10 aprile è stata la domenica delle palme, nel 1998 era venerdì Santo. A ogni anniversario il dolore è ancora più forte e il tempo sembra non essere trascorso per nulla. La domanda è sempre la stessa: perché?

Non si può immaginare lo strazio che è stato causato a noi, a te, che desideravi una vita tranquilla magari con i soliti affanni da condividere con i tuoi cari.

Scrivo perché non posso sopportare che tu scompaia nell’oblio delle persone esistite e dimenticate, dei giusti a cui la vita è stata violentemente strappata, spazzando via i sogni, le speranze, i sacrifici tuoi, i nostri.

Dimenticare non sarebbe onesto nei tuoi riguardi e nei confronti di tutti coloro a cui la vita è stata sottratta così brutalmente e sono rimasti sospesi in un limbo senza risposte.

La violenza dell’uomo, le armi possono uccidere, ma non cancellare l’esempio che sei stato e l’altruismo, l’amore che hai donato alla tua famiglia e alle persone che ti hanno conosciuto.

Mi è stato chiesto di scrivere di te e anche se tu sei il mio pensiero costante e quotidiano, è la prima volta che mi trovo a scriverti. Prima di prendere in mano la penna ci ho pensato e ripensato, non è stato per nulla semplice, perché per chi come me ha subito una grave perdita non è per nulla facile, bisogna lavorare sulle ferite, sulle crepe dell’anima che si è cercato di fortificare alzando tutte le barriere possibili.

La vita scorre e va avanti e, pur essendo piena, ci si trova a rimpiangere i bei momenti trascorsi: ero la tua cocca, la più piccola, la più viziata, la luce dei tuoi occhi, come mi ripetevi sempre tu.

Hai lasciato il tuo marchio speciale sulla mia vita e quando penso di essere grande abbastanza, i ricordi di te, come un trillare di note, si fanno prepotenti e il cuore si sente sollevato ricordando il mio piccolo viso tra le tue mani e il tuo sorriso, i tuoi occhi che mi guardano con quello sguardo che agli altri non direbbe nulla, ma che invece dice tutto a chi sa di essere amato, perché tutte le cose più belle sono proprio contenute là dentro.

Mi hai amata di un amore smisurato ed io non ho avuto il tempo di ricambiarlo e neppure ho parole sufficienti a spiegare l’uomo e il padre che sei stato, né tantomeno ho quelle giuste per ringraziarti.

Credo che la tua impronta indelebile abbia guidato anche i miei studi, le vicissitudini mi hanno resa più incline all’ascolto, la sofferenza all’empatia, i tuoi insegnamenti a mettermi al servizio degli altri, proprio come te, che spesso trascuravi le attività in palestra per perlustrare i quartieri e consentire ai ragazzi che non avevano la possibilità o a quelli che avrebbero potuto cacciarsi nei guai della droga di frequentarla gratuitamente. Ricordo quanti genitori venivano a ringraziarti e quanti ti portavano presenti che puntualmente rifiutavi, ribadendo: “Fai il bene e scordatene!”

Ormai i tuoi tre ragazzi sono adulti, cresciuti con i sacrifici di mamma e anche nostri, per tanto tempo abbiamo sperato che qualcuno bussasse alla porta per dirci che la giustizia aveva fatto il suo corso, ma purtroppo la tua storia è stata segnata da un destino crudele e ancora non ha avuto il giusto riconoscimento.

Il mio desiderio è quello di riscattare il tuo nome, la tua persona che, nemmeno per errore, deve essere confusa da chi non ti conosceva con il puzzo e la violenza del malaffare.

Un piccolo conforto sarebbe poter udire pronunciare il tuo nome nella commemorazione delle vittime innocenti delle mafie, perché tu sei, da 24 anni, una vittima dimenticata dalla gente e dallo Stato, ma non lo sarai mai da tua figlia e dal mio cuore, in cui tu vivi da sempre e per sempre!

 

Con amore Denise.