Reggio Calabria,

Il grido di Tiberio Bentivoglio: “Ho denunciato la ‘ndrangheta e ora sono sul lastrico, ma non mi arrendo”

Tiberio e Enza

“Fra pochi mesi il nostro negozio compie 40 anni. I primi 13 sono stati gli anni più sereni e fiorenti della nostra attività, era la Sanitaria più rinomata dell’intera provincia. Il prezzo vantaggioso e il vastissimo assortimento dei prodotti furono le scelte che trasformarono la nostra piccola impresa familiare in una vera e propria azienda.

La nostra attività commerciale attirava sempre più clienti pienamente soddisfatti dalla qualità dei prodotti e dalle nostre offerte.

Il successo, ben rappresentato dalle cinque vetrine sulla strada principale nel quartiere di Condera, purtroppo ha richiamato anche l’attenzione di noti personaggi della malavita locale.

Il nostro calvario è iniziato nel 1992 sei mesi dopo che terminò la seconda guerra di ‘ndrangheta. Infatti quello fu l’anno che ci fece conoscere gli ‘ndranghetisti in carne e ossa. Il nostro netto e determinato rifiuto di pagare il pizzo è stato letto da loro come una vera e propria sfida a quella che era una diffusa consuetudine. Siamo stati così condannati a subire, in tempi e modi diversi ma sempre violenti, vere e proprie “punizioni”.

Ad ogni evento doloso abbiamo scelto la strada della denuncia. Sui tavoli della Procura abbiamo portato decine e decine di indizi per facilitare il lavoro degli inquirenti e consentire di costruire le prove necessarie per dare vita ai processi.

Non denunce generiche e superficiali: abbiamo sempre raccontato ogni cosa nei minimi particolari e fatto i nomi di chi ci ha martoriato pretendendo i frutti dei nostri sacrifici. Inoltre nei procedimenti penali dove siamo stati riconosciuti parte offesa ci siamo sempre costituiti parte civile.

Sabato 18 luglio 1992 è stata la prima volta che, fidandoci di un Maresciallo dei Carabinieri, abbiamo fatto i nomi delle persone sospettate spiegandogli il motivo per il quale li reputavamo colpevoli. Ma per cercare di trovare tracce della refurtiva del primo evento doloso subito (un furto) le forze dell’ordine hanno effettuato le perquisizioni nelle abitazioni delle persone da noi indicate, solo dopo tre mesi dalla nostra denuncia.

Logicamente l’esito è stato negativo.

Abbiamo inoltrato più volte esposti in Procura per rappresentare questa grave assurdità, ma non abbiamo ricevuto alcuna risposta, né siamo stati mai convocati per approfondire i fatti relativi ai primi tre eventi dolosi, dei quali non abbiamo mai ricevuto alcuna elargizione da parte dello Stato,  ne tanto meno il motivo che ha determinando tanto ritardo.

Deve arrivare il 2003 per poter essere convocati in Procura, anno in cui subiamo altro evento doloso: il 5 aprile una bomba ha devastato la nostra Sanitaria.

Al PM abbiamo raccontato per filo e per segno le circostanze che hanno potuto determinare tale attentato, ma si celebrò un procedimento dove sono state sottoposte a processo solo i probabili esecutori materiali (processo Eremo  n 425/05) e nonostante  che eravamo Parte Offesa,  la Costituzione di Parte Civile venne scartata in quanto gli imputati  furono assolti per il capo d’imputazione che ci riguardava, pur essendoci prove eclatanti contro di loro.

Un errore assai più grave viene fatto quando inizia altro processo (denominato Pietrastorta n 4190/09): anche in questo procedimento veniamo individuati parte offesa in quanto nel 2005 avevamo subito la distruzione completa della nostra attività commerciale a causa di un incendio, precisamente in data 13 aprile.

Di quel grande e bellissimo negozio rimase solo un gigantesco accumulo di polvere nera.

Al PM di turno abbiamo raccontato che eravamo stati intimiditi da un mafioso e tuttavia nel capo di imputazione venne fuori la parola ”estorsione””. Diverse volte abbiamo cercato assieme al nostro legale di convincere il Pm a sistemare questa grave svista, ma non ci siamo riusciti.

Dopo 5 anni arriva il giorno della sentenza di primo grado e giustamente il giudice recita testualmente “ non c’è stata estorsione ma intimidazione, restituisco le carte in Procura affinché si proceda per il giusto reato, cioè art. 610 del CP “.

Nessuno ha proceduto e il PM è stato trasferito ad altra sede.

Anche questo grave errore è stato fatto presente in Procura depositando regolarmente altri esposti sottoponendoli in date diverse, prima all’attenzione del dottor Pignatone, successivamente al dottor Cafiero De Raho e per ultimo al dottor Bombardieri.

A tutt’oggi nessuna risposta ma attendiamo con fiducia.

Devo precisare che il dottor Cafiero De Raho è stato audito a Roma per il mio caso e di questo gli sono grato. Le sue dichiarazioni sono rintracciabili on-line. Egli ad un certo punto dopo aver rimarcato alcune carenze della legge 44, si è espresso così: Per Bentivoglio abbiamo pensato anche ad avanzare una proposta per farlo diventare testimone di giustizia. La difficoltà è che le sue dichiarazioni risalgono addirittura a un periodo talmente lontano che ricostruirlo in conformità della legge diventa veramente difficile. Ci abbiamo anche provato. Siamo, però, in contatto con il Viceministro Bubbico proprio su questo piano. Vediamo un po’ di portare avanti qualche iniziativa”.

Mi domando: ma se le mie dichiarazioni risalgono ad un periodo lontano, non è colpa mia. Questo dimostra che nonostante le mie continue e tempestive denunce, ci sono stati gravi ritardi che hanno gravato e condizionano la nostra storia.

Purtroppo neanche in questo caso la Politica si è interessata.

Quando ho subito il tentato omicidio in verità il dottor Cafiero De Raho non era ancora arrivato a Reggio Calabria e non lo so se le cose sarebbero andate diversamente.

Ancora nessuna risposta e attendiamo sempre con fiducia.

Anche per l’incendio del 13 aprile 2005 abbiamo presentato in Prefettura una richiesta di aiuto in base alla legge 44/ 99, riservata alle vittime dell’estorsione e dell’usura, ma si è dovuto aspettare 3 anni per ricevere il primo acconto in modo da poter rimpiazzare la merce bruciata. Nel frattempo però i nostri numerosi clienti giustamente non potevano attendere, per cui il fatturato è calato in modo spaventoso.

Infatti dal 2005 è iniziata la nostra sofferenza economica che si è sempre più aggravata.

Sono state numerosissime le volte che abbiamo cercato di sollecitare le pratiche, ma non ci siamo riusciti, anzi, per qualche funzionario degli uffici preposti siamo diventati ”arroganti“: ecco perché più volte ho scritto che se la Giustizia arriva tardi, non è più Giustizia.

Il 9 agosto del 2007, dopo aver avuto il diritto di leggere alcune intercettazioni, ci rechiamo in Questura e produciamo altra denuncia per raccontare tutto ciò che era di nostra conoscenza e per aiutare gli inquirenti a decifrare quelle frasi minacciose contro di noi.

Nello stesso tempo abbiamo nominato persone appartenente al mondo della chiesa, della politica e della malavita, ma in quel processo denominato Raccordo- Sistema n 7186/07 vengo chiamato solamente io, nella qualità di testimone e non come parte offesa.

Per come è risaputo, per poter conoscere la sentenza di primo grado, si è dovuto aspettare 9 anni per cui per sopraggiunta prescrizione nessuno viene punito. Speriamo che ciò non accada anche nel processo di appello che attualmente si sta svolgendo.

Nonostante in dibattimento abbia dichiarato di essere stato intimidito da una persona che ha usato queste testuali parole “dovete chiudere questa associazione (Harmòs ) che vuoi che ti bruciano di nuovo la Sanitaria ?”, nessun Magistrato ha voluto approfondire per cui non si è dato vita a nessun altro procedimento.

Le mie deposizioni fatte durante il processo Raccordo-Sistema, si possono trovare nelle trascrizioni del procedimento in data 28 giugno 2013, nelle stesse troverete le dichiarazioni fatte da tutti gli altri numerosi testimoni della difesa che cercarono di denigrare le mie affermazioni. Se non ricordo male quella lista era composta da 51 persone.

Dopo meno di un anno da quella denuncia del 9 agosto riguardante l’incendio della Sanitaria, subiamo ulteriore attentato: il nostro capannone viene distrutto da altro incendio doloso.

Tutta la merce che eravamo riusciti a comprare con il denaro ricevuto dal precedente attentato, è stata completamente distrutta.

Anche per questo ennesimo evento ricorriamo alla legge, ma son dovuti passare altrettanti tre anni per poter ricevere dallo Stato un aiuto, che all’epoca ci è stato corrisposto solo il 50 % del reale danno: ecco perché non siamo più riusciti a contenere i debiti che tutt’oggi aumentano giorno per giorno.

Il 12 ottobre 2009 sottoscriviamo un esposto di aiuto e lo inviamo a tutte le autorità di competenza senza tralasciare nessuno, dai Ministri ai Sottosegretari, dai Politici locali a quelli nazionali, nonché a tutte le associazioni di categoria.

Abbiamo scritto anche al Presidente della Repubblica e perfino al Papa.

Nessuno ha mai risposto, conserviamo le cartoline postali di ritorno di ognuno di essi.

Il 14 ottobre del 2010 siamo stati costretti a denunciare tre persone per falsa testimonianza maturata durante il processo Pietrastorta in quanto il Procuratore titolare non ha voluto procedere d’ufficio, ma, stranamente solo per uno di loro è iniziato il processo, mentre non abbiamo notizie degli altri.

Anche questo più volte è stato rappresentato in Procura, ma non abbiamo avuto alcuna risposta.

Dopo un anno, e precisamente il 9 febbraio 2011, mi colpiscono alle spalle con 6 colpi di pistola, tentano di uccidermi: fortunatamente mi salvo anche grazie alla mia prontezza, in quanto ho risposto al fuoco con la mia arma legalmente detenuta.

Sia ben chiaro ho sparato per paura non per coraggio, gli eroi sono personaggi inventati e li vediamo solo in televisione.

Il proiettile che doveva colpirmi alla schiena fatalmente viene trattenuto da un marsupio di cuoio che portavo alle spalle mentre gli altri centrano la mia gamba e sfiorano spalla destra.

Nonostante sia rimasto zoppo, non ho alcuna intenzione di fermarmi o di rinnegare la mia scelta, per cui questo ennesimo grido di rabbia rappresenta ancora una volta una richiesta di aiuto rivolto a tutti gli organi di competenza, nessuno escluso.

Le stranezze nella mia storia non sono finite: per aver subito il tentato omicidio ho presentato istanza per essere riconosciuto per gli effetti della legge 302/ 90 che riguarda le vittime della criminalità organizzata.

Tutto tace. Eppure ci sono tutti i requisiti, in quanto il Magistrato non ha aperto un fascicolo contro ignoti, ma sono stati indagati 6 persone che conosco e che incontro spesso in questa città e tra di essi c’è anche un libero professionista.

Vi potete immaginare cosa abbiamo provato nel leggere quei nomi su quel verbale di chiusura indagini.

L’esito però è stato insufficiente e nessun processo si è potuto attivare.

Anche per questo rimango in fiduciosa attesa, chissà se a qualche pentito gli verrà voglia di raccontare la verità.

In tempi molto recenti ho denunciato altri gravi fatti e persone.

Ma per la pericolosità di alcune mie dichiarazioni fatte a sommarie informazioni, il Pm ha ritenuto di tenerle momentaneamente molto riservate.

Il 28 febbraio 2016 viene distrutta da un incendio altra struttura adibita a deposito dove avevamo immagazzinato tutta la merce che doveva essere trasferita in questo nuovo negozio.

Ci siamo chiesti:

Abbiamo dato forse fastidio che ci troviamo in un immobile confiscato ai mafiosi?

Era per caso preteso o promesso ad altri imprenditori?

Oppure la nostra scelta di vita continua a rappresentare un ostacolo per la ‘ndrangheta?

Niente ci spetta di sapere.

Anche questo caso è stato archiviato e siamo nella disperata attesa di una risposta in quanto il ricorso alla legge 44/99, lo abbiamo fatto in data 5 aprile 2016: ma tutto tace.

La Procura non si è ancora pronunciata, pur comprendendo il notevole lavoro dei magistrati di questa città, chiediamo ancora una volta che le nostre istanze vengano esaminate in breve tempo.

I danni subiti nell’ultimo incendio sono stati enormi, eravamo avviliti, perché non avevamo più niente da esporre in questo nuovo negozio. Era impossibile ripartire, per cui abbiamo chiesto aiuto ad alcuni amici e parenti e grazie a loro che siamo riusciti ad inaugurare questa struttura il 15 marzo 2016.

Tutt’oggi non siamo riusciti a restituire il denaro prestatoci e proviamo non solo rabbia, ma anche tanta vergogna per non poterlo fare.

Per la terra bruciata fatta intorno, siamo stati costretti a lasciare i locali nella zona Condera, giustamente sfrattati perché non riuscivamo più a pagare i canoni dell’affitto, per cui ci siamo messi a cercare altre strutture commerciali: ma a Reggio Calabria non si affitta niente a chi ha denunciato la ‘ndrangheta, ecco perché l’unica cosa da fare era quella di cercare un bene confiscato.

Terra difficile e strana la nostra, siamo molto bravi a dire no alle mafie, magari organizzando incontri, convegni e manifestazioni, però poi non spendiamo i nostri soldi nei negozi di chi ha denunciato, forse abbiamo paura di farci vedere.

Infatti nonostante che ora il negozio sia situato nel centro storico della nostra città i clienti di una volta non ci sono più.

Al Comune, proprietario di questa struttura, abbiamo più volte chiesto di agevolarci con un prezzo di affitto adeguato alla nostra situazione rivedendo il contratto di affitto allora sottoscritto con il Tribunale della Prevenzione, nonché di fare qualcosa di concreto per le vittime di mafia.

Ancora niente di fatto.  Si attende con fiducia.

In questo scritto troverete la parola “contratto d’affitto” sottolineata in quanto sono in molti quelli che erroneamente pensano che ci abbiano assegnato questo negozio gratuitamente. Non è così, la legge 109 non lo prevede.

Non solo in Commissione Parlamentare, ma anche dalla Commissione regionale anti ‘ndrangheta sono stato audito, sia quando avevamo un Governo regionale di destra che attualmente con quello di sinistra.

Sono diversi ma tutti essenziali i punti di intervento che ho rimarcato affinché si possa fare qualcosa di realmente positivo per chi è stato vessato dalla ‘ndrangheta.

Sono in attesa di riscontri.

La cosa più grave che può capitare a chi denuncia è, trovarsi con la casa ipotecata dallo Stato per contributi non versati e tributi non pagati, per il nostro bene immobile è già partita la vendita all’asta ma fortunatamente momentaneamente è stata sospesa dal Tribunale di Reggio Calabria.

Abbiamo sempre la paura che da un momento all’altro la sospensione termini e si proceda alla vendita della nostra casa.

A Roma in Commissione Parlamentare Antimafia ho fatto questa domanda: “Onorevoli Deputati e Senatori secondo voi, chi sarà l’acquirente? Non certamente una brava persona, magari saranno i mafiosi che ho denunciato”.

Ed ecco il paradosso, lo Stato giustamente confisca le case ai mafiosi, ma gli stessi comprano le case di chi li ha denunciati.

Credetemi prima o poi questo avverrà.

Quando le nostre difficoltà economiche si sono aggravate qualcuno ci ha consigliato di venderci subito la casa, ma noi non abbiamo voluto, perché eravamo convinti che denunciare significava allearsi allo Stato che senza dubbio non ci avrebbe abbandonato.

Che delusione. Il nostro bene immobile, costruito in 42 anni di sacrifici non rappresenta più una garanzia per le banche, i quali ci hanno tolto ogni affidamento e quindi ogni possibilità di poter lavorare.

Siamo iscritti alla centrale rischi della Banca d’Italia perché non siamo riusciti ad onorare gli impegni presi con i nostri fornitori: le banche hanno protestato i nostri assegni e ormai le aziende le dobbiamo pagare con bonifico anticipato, altrimenti non possiamo ricevere la merce. Ecco che le difficoltà si moltiplicano.

Esiste una legge, la 386 del 90 la quale stabilisce che ogni assegno può essere coperto anche entro i 60 giorni pagando la penale del 10%, ma quando ciò non avviene, come nel nostro caso, viene imposta una sanzione che supera i 6.000 € per ogni titolo bancario.

Sono tanti, forse 73 i titoli bancari che in questo momento non siamo riusciti a pagare entro i 60 giorni, per cui immaginatevi le conseguenze.

Non avendo potuto versare all’Inps i contributi, non possiamo avere il rilascio del certificato DURC per cui non si può partecipare a nessuna gara d’appalto, ciò significa non poter rivendere i nostri prodotti agli enti pubblici come facevamo un tempo.

I nostri mezzi di lavoro, macchine e furgone sono in fermo amministrativo, pensate che del vecchio furgone dove ho trovato riparo quella mattina, crivellato di colpi di pistola, conservo le targhe in quanto non l’ho potuto nemmeno rottamare.

I nostri figli sono disoccupati, nessuno li assume perché possiedono dei genitori che hanno denunciato, ma noi lo abbiamo fatto per non perdere la dignità e per poterli guardare sempre in faccia.

Ora però, sono loro a guardarci e a chiederci se valeva la pena mandare in galera qualcuno, dato che il prezzo che stiamo pagando è altissimo.

Loro sono convinti, e non hanno alcun torto, che dopo la nostra morte lo Stato li manderà a vivere sotto un ponte, in quanto la nostra casa sarà venduta all’asta.

Più volte le frasi della politica recitano parole di solidarietà ma non seguono atti di concretezza.

Anche la Camera di Commercio a suo tempo aveva sottoscritto un protocollo che prevedeva l’esenzione del Diritto Camerale da riservare alle vittime di mafia, ma non ha funzionato perché era stato impostato male. Ci è stato promesso che sarebbe stato rivisto, ma sono diversi anni che aspettiamo.

Oggi Il fatturato del nostro esercizio è sceso in maniera stravolgente, non si riesce più a pagare i fornitori e a stento riusciamo ad onorare le utenze e non potendo rimpiazzare la merce per mancanza di liquidità, aumentano le difficoltà nella vendita.

I dipendenti che avevano, siamo stati costretti a licenziarli e con grande rammarico devo aggiungere che non siamo riusciti a pagare loro la giusta e spettante liquidazione.

Il 27 dicembre 2016 abbiamo presentato altro esposto in Procura per evidenziare e sollecitare tutte le pratiche sospese.

Sono passati quasi due anni e nessuna risposta.

Intanto continuano ad arrivare lettere con minacce e pallettoni, l’ultima delle quali ci è stata fatta recapitare proprio in questo negozio in data 9 giugno 2017.

L’estate scorsa abbiamo voluto trasmettere in Questura una denuncia riepilogativa, dove abbiamo elencato ogni fatto accaduto e ancora una volta abbiamo nominato tutte le persone che da 26 anni ci hanno intimidito tentando di estorcerci.

Nessun Procuratore ci ha ancora interrogato.

Anche ai membri dell’attuale Governo abbiamo fatto richiesta per essere ufficialmente ricevuti, stiamo aspettando fiduciosamente.

Abbiamo voluto riunirvi e fare questa conferenza affinché Reggio e l’Italia intera sappia che spesso si diventa più vittima dopo la denuncia.

Noi non ci stancheremo di diffondere la cultura della legalità continuando a parlare ai numerosi gruppi di giovani che molto spesso vengono anche nel negozio a trovarci.

Come sapete, io giro tantissimo per le scuole d’Italia, incontrando studenti di tutte le età, perché sono convinto che quando il cambiamento avverrà, loro saranno gli attori principali.

Abbiamo scelto di rimanere in Calabria e lo faremo fino alla fine, perché siamo consapevoli che chi deve andare via sono solo i mafiosi: è troppo bella questa terra per lasciarla nelle loro mani.

Abbiamo l’obbligo di non lasciare i nostri figli su una terra infetta e malata di ‘ndrangheta e corruzione, convinciamoci che loro rappresentano una piccolissima minoranza e non temiamo di stare uniti anche nella diversità dei nostri ideali.

Denunciare è democrazia, ma perdere tutto per averlo fatto, significa essere trattati peggio dei delinquenti.

Per cercare di fare conoscere meglio questa nostra storia, più volte abbiamo pensato di fare cose eclatanti, tipo incatenarci o cose simili, ma ci siamo vergognati, per cui vi chiediamo gentilmente e a gran voce di divulgare subito e ovunque questo nostro grido di aiuto.

Se a breve non avremo risposte, molto probabilmente saremo costretti a chiudere l’attività, ma nessuno si dovrà permettere di dire che ci siamo arresi alla ‘ndrangheta: le vittime delle mafie non siamo noi, ma coloro che pagano il pizzo e con la loro omertà contribuiscono alla crescita della criminalità.

Noi siamo Testimoni di Verità in attesa di Giustizia, perché abbiamo avuto la sfortuna di incontrare un pezzo di Stato che non ha funzionato, oppure lo ha fatto solo a intermittenza e con grave ritardo.

Credeteci, le risposte non date e le pratiche ferme, bruciano dentro di noi più dei proiettili.

Abbiamo bisogno del vostro prezioso mestiere per diffondere questo nostro messaggio e se dovreste ascoltare frasi del tipo “Qui Nessuno Denuncia”, raccontate questa storia.

Grazie a tutti voi e a coloro che non sono potuti intervenire”.

Enza e Tiberio

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