Roma,

Plusvalenze Chievo: se la giustizia sportiva ammazza il calcio

Diciamolo subito, la sentenza del Tribunale federale sportivo sul caso plusvalenze fittizie che vedeva imputati Chievo e Cesena è una pernacchia, anzi un pernacchio, come avrebbe detto Eduardo De Filippo.

Un pernacchio a tutti quelli che ancora credono che il calcio si nutra di persone che lo amano; un pernacchio alla lealtà sportiva; un pernacchio alle istituzioni del calcio che dovrebbero passare più spesso davanti ad uno specchio per guardarsi in faccia. Del resto la coscienza è come il coraggio di Don Abbondio: “Uno se non ce l’ha non se la può dare”. Al contempo, però, la sentenza di 3 punti di penalizzazione per il Chievo da scontare in questa stagione è una forza di prova, un mettere in mostra i muscoli di una parte ben precisa del calcio italiano. È la sindrome del Marchese del Grillo: “Perché io so io e voi nun siete un cazzo”. Ed è questo il segnale chiaro e inconfondibile lanciato a quanti pensano ancora che passare dalla giustizia sportiva per vedersi riconoscere un diritto sia indispensabile. Oggi, invece, è stato dimostrato che è tutto inutile. Inutile per l’Entella, per il Catania, per il Crotone, per il Novara, l’Avellino, la Pro Vercelli. Un organo di giustizia sportiva che smentisce se stesso (vedi caso Gavillucci) che scrive sentenze spostandosi l’interpretazione delle norme a proprio piacimento ha di fatto scavato la tomba al calcio. Qualcuno lo riterrà troppo, ma per chi scrive l’estate 2018 del calcio italiano appare di gran lunga più buia e nera di quella del 2006 (Calciopoli). Quanto accaduto in questi mesi è la chiara dimostrazione che il calcio lo gestiscono in pochi e che quei pochi fanno quel cavolo che gli pare. Del resto sono bastate poche parole del presidente del Chievo, Luca Campedelli, per bloccare tutto, per far tremare le ginocchia a qualcuno e, di conseguenza rimettere a posto tutto, come nel Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, solo che in questo caso non ci hanno nemmeno provato a far finta di cambiare tutto.

Il calcio è di chi lo ama, ma comanda chi vuole farci i soldi e avere potere, tanti soldi e tanto potere. E allora non resta che aspettare che un giorno, chissà quando, qualcuno animato da coscienza si decida a spazzare il cortile.

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