Crotone
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“Avrei voluto tenere la mano di mia madre mentre moriva, per favore ritroviamo umanità ed empatia”

Gentile Redazione,

sono solo 3 giorni, una manciata di ore, che la mia anziana madre non c’è più. Per 8 lunghi anni abbiamo fatto il possibile, e qualche volta anche l’impossibile, per poterle dare e mantenere una buona qualità di vita. Molto difficile, in mezzo alle mille difficoltà dei suoi problemi di salute e alle trappole della burocrazia. Ben poco abbiamo potuto fare di fronte ad una ischemia cerebrale, successivamente evoluta in emorragia, e quello che potevamo fare, che certamente non era poco, ci è stato in qualche modo impedito.

Dal 17 maggio al 4 giugno sono state le 3 settimane più brutte e deludenti della mia vita e della mia famiglia. Per chi è avanti con gli anni, la famiglia e la propria casa sono gli unici punti di riferimento, gli unici porti sicuri da cui non sganciarsi, almeno fino a quando è possibile… quando il ricovero in ospedale diventa necessario, come in questo caso, rimane unica opzione la presenza di un familiare.

Preciso che questa lettera non ha alcuna intenzione polemica, né denigratoria. Al contrario, vorrei provare a richiamare ad un senso di civiltà e di umanità che sta vacillando troppo spesso e a riflettere sui bisogni veri di chi vive una separazione. L’invito vorrei rivolgerlo soprattutto a chi gestisce la nostra sanità crotonese, perché si impegnino a trovare strumenti e occasioni alternativi alla presenza fisica dei familiari, laddove si ritenesse necessario continuare a mantenere le restrizioni imposte dal COVID. Soprattutto quando gli interessati sono soggetti fragili, come gli anziani o con poche speranze di ritornare a casa.

Mia madre è entrata in ospedale con tanti problemi associati all’evento ischemico acuto, che i sanitari hanno cercato di fronteggiare al meglio delle loro capacità, purtroppo senza ottenere risultati. Quando la situazione è diventata drammatica e si è cominciato a pensare al peggio – un sesto senso me lo diceva sin dal primo giorno – l’unica possibilità era di avere il coraggio e la forza di accompagnare una vecchietta anziana e indifesa, come un bambino, verso la chiusura di questa vita.

Ho chiesto più volte e a più riprese, garbatamente, di poter entrare e di starle vicino, ma puntualmente è arrivato il diniego a causa delle restrizioni imposte dall’infezione COVID. Naturalmente, tutto logico e lineare, ma sappiamo che le leggi non sono giuste in quanto tali. In questo tempo abbiamo assistito progressivamente a paura, chiusure, morti e fallimenti commerciali, seguiti però da riprese, recupero e, non ultimo, desiderio di riaprire per tornare a vivere, finalmente. Dopo 2 e 2 mesi dal primo lockdown è necessario che anche l’ospedale civile di Crotone, se non può permettersi di riaprire al pubblico, cominci a provvedere con forme alternative alla presenza dei familiari. A giugno del 2022 non è proprio immaginabile che si muoia soli, desiderando di tenere la mano, sentire la voce o incrociare lo sguardo del proprio figlio. Non è solo una crudeltà, che la Sanità non può assolutamente permettersi, soprattutto quella crotonese che per usare un eufemismo naviga sempre a vista, ma è un vero e proprio abominio! Lo dico con consapevolezza, da professionista sanitario che da quasi 20 anni ha a che fare con pazienti con gravi lesioni cerebrali, e mi rivolgo a tutte le categorie della sanità: abbiamo il dovere di prenderci cura dei familiari, quando non riusciamo più a fare molto per i pazienti che ci vengono affidati. Altrimenti abbiamo fallito!

Dal 17 maggio fino all’ultimo giorno mi sono chiesto quante volte mia madre avesse aperto gli occhi per cercarmi, quante volte le fossi venuto in mente e quante altre avesse pronunciato una sua espressione tipica, tipica dei crotonesi che chiamano teneramente i figli: “figghicè”! e io non c’ero né per consolarla né per darle forza. Queste domande sono state e sono ancora un tormento…

A me e ai miei fratelli rimane solo l’amarezza, dopo tanta fatica, di non averla potuto salutare in maniera dignitosa. E tutto questo non a causa della possibile infezione da COVID, dietro la quale ormai troppo spesso ci si trincera, piuttosto a causa della scarsa diligenza e capacità professionale di chi dovrebbe anticipare e provvedere in tempo a soddisfare i bisogni degli utenti.

Un’ultima cosa, per concludere questo quadro così triste. La telefonata di sabato mattina poco dopo le 7:00 ci chiedeva di precipitarci perché mia madre si stava spegnendo – ero stato lì anche il giorno precedente intorno alle 13:30 chiedendo di entrare, vista la notizia dell’aggravamento di mia madre, e mi era stato detto di ritornare il giorno successivo. L’arrivo in ospedale è stato rapidissimo, ma inutile. Il medico mi dice che qualche minuto prima mia madre se ne era andata. Sono rimasto di pietra, alla richiesta di vederla mi è stato detto di attendere qualche minuto per la preparazione. Ci ho creduto e ho aspettato pensando che ci fossero gli ultimi presidi da toglierle (accessi venosi, sondino nasogastrico,…) o l’ultimo Ecg da fare… Che amara sorpresa quando mi sono reso conto che mia madre si trovava nella stanza di fianco a me ancora prima che io entrassi e quando l’ho vista era evidente che non era spirata da qualche minuto, ma da qualche ora… Purtroppo non saprò mai né a che ora è morta, né se realmente c’era qualcuno e, soprattutto, perché non mi hanno chiamato prima. Il dubbio è che l’abbiano trovata morta…

Sono sensazioni e sentimenti dirompenti che non hanno alcuna età, perché la madre è il primo e forse l’unico mondo che davvero conosciamo e su di lei costruiamo tutto il resto. È tutto troppo brutto, perché in questo momento storico è totalmente immotivato. Sono sicuro che nessuno mi darà delle risposte e, allo stesso tempo, spero di sbagliarmi. Ribadisco che ciò che mi ha spinto a scrivere non è polemica, ma soltanto dolore. A mia madre tutto questo non serve più, a miei fratelli e a me forse, ma ai prossimi sicuramente di più. Facciamo in modo che non accada più, se non siamo obbligati a essere empatici, abbiamo il dovere di essere civili.

Non ho altro da aggiungere se non ricordare agli addetti alla sanità, che noi non curiamo malattie, ma persone con tutta la loro storia e il loro vissuto e a tutti quelli che leggeranno questa lettera che la storia d’amore con la propria madre è infinita e va oltre qualunque contingenza, anche oltre la morte

Ciao mamma, ci rivedremo