Crotone,
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“L’identitarismo è una trappola, l’identità si costruisce con l’originalità”

A Scampia ci sono due murales di Jorit: Pasolini e Angela Davis. Due simboli culturali, due rivoluzionari. Scampia fa parte di una municipalità i cui abitanti sono una volta e mezza quelli di Crotone, ma è periferia di Napoli.

La conoscevano tutti: camorra e microcriminalità. Oggi è il faro della cooperazione culturale e sociale, forse per tutto il Paese. Di strada da fare ce n’è ancora tanta per sconfiggere quella povertà che però ora non è più miseria, perché ha consapevolezza di sé. Ma se si fossero trovati col populista piacione di turno, quei murales sarebbero stati commissionati per raffigurare il più popolare dei neomelodici in odore di camorra. Perché il populismo è un criminale ruffiano, propina il veleno che la gente vuole contrabbandandolo per salmone e caviale. Non vende riscatto ma illusioni di protagonismo. E sale sui palchi per intestarsi la gloria di una minestra riscaldata. Il populismo propone un orizzonte di tre metri dandoti l’illusione che sia l’orizzonte, perché se guardassi oltre, perderebbe il suo posto nella storia meschina che stiamo vivendo. E cavalca l’identitarismo, ammazzando l’identità e riponendola nel limbo degli aborti.

L’identitarismo è subdolo, è una trappola, la sabbia mobile che inghiotte ogni energia creativa, ogni proiezione al futuro che è vita. È finto senso d’appartenenza perché non unisce ma divide un popolo fra chi chiede legittimamente e chi s’accontenta di un po’ di fumo fetido. L’identitarismo è gretto, volgare, razzista, violento, escludente, muscolare. Ha per inno un coro ultrà e per colonna sonora la marginalità culturale. Se così non fosse, non sentiresti la citazione in greco antico in bocca a chi ha fatto male persino le elementari e che non prende un libro in mano nemmeno sotto tortura. Se così non fosse, non si scambierebbe per arte la riproduzione di maniera, tanto meno, la si pagherebbe. E non si scambierebbe la politica con il bagno di folla della deprivazione culturale. Non ci si esibirebbe in costumi marziali se non a Carnevale e con un bel po’ d’ironia. Non si farebbero sommosse popolari per i fuochi ad una festa religiosa, non si metterebbe la Madonna su un altare fra una vrasciola ed un piatto di pipi e patate. A maggior ragione, quando la vrasciola è una polpetta col nome sbagliato e viene da Napoli, come tutto il resto.

Un’identità si costruisce con l’originalità, con un violento colpo di reni alla storia della subordinazione culturale ed una conseguente produzione autonoma. Ma per averne, bisognerebbe fare spazio e valorizzare. Bisognerebbe contaminare, prendere e dare, vivere in quel meticciato che caratterizza ogni identità autentica. Ma io politico, non sono mica scemo ad investire budget risicati sul pur bravo ma sconosciuto ai più del posto, preferisco la mezza calzetta che viene da fuori ma è già digerita. Eppure fa rabbia, abbiamo intellettuali avvolti dal pudore, etnomusicologi e studiosi che farebbero crepare d’invidia Alan Lomax, musicisti e ricercatori raffinatissimi che nessuno si fila e pubblicano gloriosamente appena fuori da queste quattro mura di miseria. Giovani che parlano d’identità vera, che la studiano, la vivono, la amano, ne scrivono. Scultori internazionali, e veramente artisti, a qualche decina di chilometri. E allora basta con Pitagora e Rino Gaetano, con la colonna, il sole, il mare e i pipi e patate. Basta con questo marchio IGP messo sulle espressioni intellettuali. Roma non è il Colosseo, Napoli non è la pizza e Milano non è il panettone. E quando un orizzonte si allarga, non ci si vende in maniera ridicola per una colonna quando ci sono Paestum ed Agrigento e per il mare, quando ci sono Napoli, Venezia e Positano. Basta col veleno instillato goccia a goccia. E basta con questo provincialismo senza speranza, basta con questa ignoranza. Non socratica, ma da manuale.