Crotone
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Ecco perché quella domanda “da uomo” a Piantedosi

La spiaggia di Steccato di Cutro ila mattina del 26 febbraio 2023

Ero stato per ore su quella spiaggia di Steccato di Cutro, arrivato con pochi colleghi crotonesi. E per ore avevo visto e raccontato, con la polvere negli occhi che nascondeva le poche lacrime che un cronista può permettersi, corpi sparsi ovunque. Bambini, donne, uomini tutti coperti da teli bianchi di plastica, raccolti dal pick up della Guardia Costiera al quale faceva da apri pista un altro pick up di un pescatore del luogo. Avevo visto amici di sempre, quelli che sei sicuro di trovare sul posto come in altre decine di sbarchi di disperati, raccogliere cadaveri e farlo a occhi chiusi per cercare, vanamente, di evitare l’orrore della perpetua immagine che si sarebbe scolpita nella mente. Avevo visto un vigile del fuoco chinato su se stesso, quasi a trattenere il dolore fisico, stravolto in viso, talmente stravolto da non aver riconosciuto Pasquale, il mio compagno di classe delle scuole superiori. Gli chiedo come sta, mi fa un cenno con la testa e aggiunge con un filo di voce spezzato dal dolore immane: “Ho appena preso il corpo di un bambino”. Lui non è riuscito a chiudere in tempo gli occhi e quell’orrore, come tutti noi che eravamo su quella spiaggia, se lo porterà dentro per sempre. Pieni di sabbia, con gli occhi arrossati dal vento, dalle lacrime e dalla salsedine e con quella immagini scolpite in testa, siamo partiti verso la Prefettura di Crotone per raccontare il vertice con il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi. Attendiamo quasi due ore prima che arrivi e dopo una mezz’ora ci fanno salire per la conferenza stampa. Tutti seduti di fronte a noi: politici e forze dell’ordine. Si inizia e Piantedosi parla con tono fermo, deciso, senza mai lasciar trasparire nessuna emozione. Snocciola dati, dell’esattezza dei quali tra l’altro ammette di non essere certo; parla di gente che non deve partire, di Libia e di Turchia come se fossero gli avamposto della salvezza di questi disperati e non i luoghi in cui molti vengono addirittura torturati da trafficanti di morte (Leggi la storia di Leila – Neima)   . Non c’è empatia, non c’è emozione e soprattutto è chiaro che Piantedosi o non conosce il fenomeno fino in fondo oppure fa finta e dice solo le cose che fanno comodo al suo Governo. Perché la linea del Governo sull’immigrazione non cambia, ripete più volte. “Questi non devono partire”, come se partire fosse una scelta e non la sola opportunità di cercare una vita migliore per sé e per i propri figli, altro che irresponsabili. Ed è a quel punto, quando comincio a rendermi conto che di fronte ho un burocrate, un tecnocrate, uno che parla di numeri e non di vite di esseri umani in difficoltà, che voglio vedere chi è Matteo Piantedosi. Una domanda da uomo e non da ministro. Una risposta da burocrate e non da uomo. Le parole di Piantedosi ormai le conoscono tutte e le potete anche riascoltare.

Caro ministro, continuano a morire persone, bambini, uomini, donne, che potrebbero essere salvate e continuano a morire nel nostro mare come a casa propria. Sono felice che i profughi ucraini arrivino tranquillamente in Europa su bus e treni, scappando dalla guerra, e allora le chiedo ancora: perché gli altri disperati che scappano dalle guerre e dalle persecuzioni non possono arrivare nello stesso sicuro modo in Europa?

Io ho fatto il mio lavoro da giornalista, ho fatto domande, lei si è qualificato da solo per quello che è.

Video conferenza Piantedosi naufragio Cutro