L’archeologia come risorsa per il futuro della Calabria

Ospitiamo un intervento integrale del dottor Franco Notaris che ci racconta l’istmo di Catanzaro, le grandi opportunità di sviluppo legate all’archeologia e l’idea di un documentario che faccia conoscere queste bellezze

L’istmo di Catanzaro è la terra dei paradossi e anche l’emblema di quello che la Calabria avrebbe potuto essere ed invece non è. In senso geografico istmo è un lembo di terra che unisce e mette in relazione due territori. Nel nostro caso la sponda ionica e la tirrenica. Un tracciato di circa 30 Km che fa da sparti acqua tra il Nord ed il Sud della regione.
Una terra che unisce quindi, mette in relazione, rende possibile la comunicazione.
Oggi, invece, è la terra dei “campanili” dove non esiste il benché minimo senso di capacità comune di programmare lo sviluppo del territorio. Anzi ogni paese dell’area procede per proprio conto, a volte a spese di quello vicino, mentre le due principali città Lamezia e Catanzaro, tutte prese a contendersi gli ultimi avanzi al tavolo della spesa pubblica, appaiono incapaci di ripensare se stesse come un unica un’area metropolitana capace di fare da traino allo sviluppo dell’intera area.
L’altro paradosso è che nel momento in cui, per la priva volta in secoli di storia, si hanno importanti infrastrutture di collegamento con il resto del Paese e del mondo, anche se non sufficienti, (aeroporti, autostrada, nodi ferroviari, reti informatiche) avvertiamo come abitanti, il malessere di appartenere ad una terra mai prima d’ora così marginale, periferica, lontana dai grandi assi dello sviluppo mondiale.
È certamente paradossale che, nelle epoche antiche, fin dal Neolitico, nonostante le criticità orografiche del territorio calabrese, impervio e privo di strade, popoli da ogni dove raggiungevano tranquillamente l’istmo e la Calabria, insediandosi e riuscendo a stabilire relazioni e convivenze, soprattutto integrandosi con i popoli già presenti, e facendo crescere importanti civiltà che fecero da humus allo sviluppo di quella Magno Greca. Un passato che fece di questa terra un luogo ambito. (Omero la definiva Eldorado, Ecateo di Mileto “la terra che tutto accresce”). Fu sempre terra di opportunità, capace di accogliere tutti coloro che in essa cercavano nuove speranze di vita e di sopravvivenza. Il nostro rapporto con il concetto di “diverso” è perciò vecchio quanto il mondo.
Oggi l’ignavia di noi calabresi ha distrutto questa terra. La mercificazione del territorio ha prodotto eco-mostri (impianti eolici, discariche, distese di pannelli solari che hanno finito per deturpare, temo per sempre, il paesaggio collinare. Un tema importante quello del paesaggio, perché richiama il concetto di luogo identitario, memoria del passato. Il paesaggio è la cornice dentro la quale si svolgono le vicende umane di cui i resti archeologici sono le testimonianze. Distruggere il paesaggio, occultare i siti archeologici o distruggerli, equivale a cancellare la memoria di un popolo. E un popolo senza memoria e senza storia è un popolo facilmente condizionabile.
Pensiamo cosa sarebbe potuto diventare l’istmo di Catanzaro se solo avesse saputo sfruttare i suoi giacimenti culturali fra i più importanti e ricchi dell’Italia intera.
Germaneto, luogo legato alle suggestioni del popolo degli Enotri e dei Siculi che rievocano la leggenda del Re Italo. La città di Krotalla, edificata dai Siculi secondo Polibio e Tucidide posta nelle vicinanze del porto fluviale sul fiume Krotalos (Corace). Mura e strutture di un agglomerato urbano sono venute alla luce nel momento della costruzione delle fondamenta della “Cittadella regionale” e probabilmente sepolte, spero dopo essere state censite. La piana del Corace verso le colline di San floro con i sepolcreti neolitici, la misteriosa Valle di Caria, le cui tombe sono state datate ad un periodo tra il 4000 e il 3500 AC., la valle del Pesipe con il sito archeologico di Abbadia, le colline di Maida, il sito di Caselle una della più antiche testimonianze di presenza umana in Calabria datato fra 700000 e 500000 mila anni, scoperto dall’archeologo lametino Dario Leone e studiato dal professore Gambasini dell’Università di Siena. Forse uno dei siti più antichi d’Europa. Ancora le terme romane di Acconia di Curinga e le leggende delle città di Themesa e Terina oltre ai resti dell’abbazia normanna di Sant’Eufemia. Immaginiamo l’istmo come un parco archeologico all’aperto, con musei, biblioteche e centri di documentazione. Un Istituto di archeologia e restauro al posto di qualche inutile facoltà universitaria. Il tutto collegato con metropolitane di superficie ai vari luoghi. Visite guidate con itinerari nella storia millenaria dei vari paesi che si affacciano sulla Due Mari (Tiriolo, Maida, Cortale, Catanzaro, Lamezia). Quanti posti di lavoro un investimento di questo tipo avrebbe potuto produrre? Credo molta occupazione qualificata con conseguente non abbandono della Calabria di tanti giovani.
Un sistema economico che non avrebbe risentito dei cicli legati all’economia, in cui tutto il territorio veniva ad essere un sistema integrato in grado di sfruttare tutte le risorse legate all’ambiente, all’agricoltura di nicchia, alla seta, al lino alla valorizzazione dei territori silani e delle Serre.
Invece sotto i nostri occhi impera il degrado. Questo capita ad un popolo quando dimentica se stesso e la propria storia, e non sa trasformare il suo passato in una risorsa per il futuro.
Questo è il senso del lavoro che stiamo mettendo in cantiere con la produzione del documentario storico, sperando ovviamente di riuscire a trovare le risorse necessarie per la realizzazione.

Franco Notaris

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